“Mott”, una perla nella discografia glam

Nel 1969, dopo vari cambi di formazione, i The Silence incrociano la loro strada con quella del produttore Guy Stevens, che alla ricerca di sonorità «alla Rolling Stones con una voce alla Bob Dylan», favorisce il subentro alla voce di Ian Hunter e cambia definitivamente il nome della band in Mott The Hoople, producendone nello stesso anno l’album d’esordio.

Tra alti e bassi, alla fine del 1971 la band ha già prodotto quattro album, ma, nonostante il tutto esaurito dei live, il riscontro in fatto di vendite non c’è.
Il gruppo decide quindi di sciogliersi ed è a questo punto che, per scongiurare un simile accadimento, interviene un loro grande fan che si propone come produttore insieme a Mick Ronson: David Bowie.

Bowie offre alla band il pezzo ‘Suffragette City‘ che viene però ritenuto non idoneo alle sonorità del gruppo.
Viene invece accettato invece ‘All The Young Dudes‘, che darà il nome all’intero album.
Il singolo lanciò definitivamente il gruppo, stavolta anche nelle classifiche.

Nel 1973, malgrado la sostituzione di due elementi, la band concepisce quello che oggi è considerato il loro miglior lavoro, “Mott”.
Il singolo di lancio fu ‘Honaloochie Boogie‘, brano in cui troviamo la partecipazione di Andy Mackay dei Roxy Music con il suo sax, pezzo che richiama da subito alle origini glam rock della band.
È poi la volta di ‘All The Way From Memphis‘, che otterrà un notevole riscontro sia tra il pubblico che tra gli addetti ai lavori, diventano forse il pezzo più coverizzato dell’era glam.
Gli altri brani non raggiungeranno i livelli di successo dei due singoli, ma restano comunque pezzi potenti che si incastrano perfettamente e rendono tutto l’album senza punti morti.
Degna di nota è comunque ‘Ballad Of Mott The Hoople‘, autocelebrativa e decadente, in cui i membri della band si lasciano andare a considerazioni personali sui cambiamenti delle loro vite dopo essere diventati delle rock star.

«Il rock’n’roll è un gioco per perdenti, ma affascina, e non so spiegare i motivi delle visioni e dei suoni. Il trucco è ancora attaccato alla mia faccia, e che diavolo, non posso cancellare il senso del rock’n’roll dalla mia mente».

L’album raggiunge la posizione 7 in Gran Bretagna e la 40 negli Stati Uniti e malgrado il grosso successo anche del successivo “The Hoople” (1974) registrato senza Mick Ralphs alla chitarra, che se ne è andato ed ha formato i Bad Company, la band arriva al capolinea quando lo stesso Hunter decide di intraprendere la carriera solista.
Arrivati direttamente dal glam al quale regaleranno a loro volta delle perle indimenticabili, i Mott The Hoople lasceranno il segno anche sui chi li seguirà.
Basti pensare a gruppi come Queen o Kiss per capire quanto la loro influenza sia stata di ampio raggio.

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