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Raccontami una cover | “Wish You Were Here”

Il secondo appuntamento di Raccontami una cover vuole essere un piccolo tributo all’immensa opera di Storm Thorgerson, scomparso nel 2013.
Fotografo e designer, co-fondatore verso la fine degli anni Sessanta dello studio “Hipgnosis”, Thorgerson contribuì alla realizzazione di alcune tra le più importanti cover della storia.
Sebbene abbia lavorato con grandi nomi quali Led Zeppelin e Peter Gabriel, il suo lavoro è meglio conosciuto per la storica collaborazione con i Pink Floyd.
In molti penseranno alla cover di “The dark Side Of The Moon”, invece io vorrei concentrare l’attenzione su “Wish You Were Here”.

Nel 1975 i Pink Floyd non hanno più bisogno di presentazioni.
Il loro percorso di sperimentazione e ricerca sonora è ormai culminato in una consacrazione totale avvenuta già due anni prima, quando viene dato alle stampe “The Dark Side Of The Moon”.
Da tempo Syd Barrett non fa più parte della band.
Da tempo sono rimasti solo Roger Waters (voce, basso), David Gilmour (voce, chitarra), Richard Wright (tastiere) e Nick Mason (batteria).
Facendo un passo indietro, torniamo al 1974 quando la band è di nuovo in tour e tra un concerto e l’altro nascono nuove idee.

In questo periodo, tra una pausa in camerino e i viaggi on the road, il tempo è poco ma nascono inaspettatamente tre nuovi brani.
Come spesso accade, prima di portarli in studio i Pink Floyd vogliono fare “la prova del nove” e decidono di suonarli dal vivo per vedere le reazioni del pubblico.
Di quali brani stiamo parlando?
Si tratta di ‘Raving and Drooling’, ‘Gotta Be Crazy’ e ‘Shine On You Crazy Diamond’, pezzi molto intensi, non del tutto immediati e con un uso di effetti sonori e sintetizzatori che ne caratterizzano i suoni.
La stampa di settore non resta indifferente ma ancora non capisce del tutto la nuova vena creativa della band.
La realtà è che dopo il successo di “The Dark Side Of The Moon” e i concerti in Europa, Waters e soci sono di nuovo in fermento e hanno voglia di rimettersi in gioco.
Con tre brani già quasi pronti e tanta voglia di ricominciare, i Pink Floyd decidono quindi di ripartire e varcano l’ingresso degli studi di Abbey Road: quando ne usciranno, sarà il trionfo di “Wish You Were Here”.

La perfezione maniacale che contraddistingue ogni opera dei Pink Floyd si riversa, naturalmente, anche nel lavoro in studio: le registrazioni del nuovo album durano un’eternità, da gennaio a luglio del 1975.
Il tema principale attorno al quale ruota il concept del disco è quello dell’assenza: l’assenza di umanità nell’industria musicale ma anche (soprattutto) l’assenza di Syd Barrett, intesa sia in senso fisico (ormai non fa più parte della band) che mentale.
Ad ascoltarlo bene, in effetti, “Wish You were Here” più di ogni altra cosa è un tributo all’amicizia, alla fratellanza.
È la presa di coscienza che qualcosa nei Pink Floyd comincia davvero a non esserci più.
E se da un lato si pensa inevitabilmente a Syd e ai sui problemi, d’altro canto “Wish You Were Here” è quasi un presagio di quanto i rapporti tra i membri della band presto si guasteranno in modo irreparabile.

Nel tour del 1974 ad accompagnare i Pink Floyd in Europa c’è anche Storm Thorgerson, l’ideatore del prisma di “The Dark Side Of The Moon”.
Stando quotidianamente a stretto contatto con la band, riesce a comprendere il taglio che Waters intende dare al nuovo album ma da un punto di vista grafico ne allarga gli orizzonti.
Non vuole vincolare il suo lavoro alla figura di Syd Barrett, preferisce stare al di fuori delle dinamiche private tra i membri della band e si concentra sviluppando il concetto generale di “assenza”.

Le grafiche di “Wish You Were Here” in questo senso sono forti e ridondanti.
Copiando “Country Life” dei Roxy Music, disco con una copertina censurata e pertanto avvolta in un cellophane verde, Thorgerson decide di coprire la copertina di “Wish You Were Here” inserendo il vinile in una busta nera.
Per capire cosa c’è all’interno, sulla busta compare la prima grafica: un adesivo che raffigura due mani robotiche che si stringono tra loro.
L’ispirazione per questo disegno arriva da due brani del disco, ‘Welcome to the Machine‘ e ‘Have a Cigar‘ e simboleggia un gesto vuoto, finto ed ipocrita.
Un gesto robotico, meccanico, il primo gesto che caratterizza i rapporti umani e che spesso è denso di significati falsi.

La copertina vera e propria è invece un’opera originale di Thorgerson.
La fotografia, scattata presso i gli studi della Warner Bros. a Los Angeles, vede come protagonisti due stuntmen, Ronnie Rondell e Danny Rogers.
La scena è volutamente approssimativa, vuota e senza particolari elementi poiché tutto deve rimandare ad un senso di vuoto.
Nell’immagine uno dei due uomini prende fuoco ed il fuoco simboleggia la paura di farsi male quando si intrattengono rapporti con gli altri: è difficile fidarsi di qualcuno, è normale essere cauti e cercare di mantenere le distanze.
Se ci si avvicina troppo senza conoscere bene chi si ha difronte si rischia di restare delusi, “scottati” – e la realtà è che uno dei due stuntmen si è scottato veramente durante lo scatto della foto!
A causa della direzione del vento le fiamme in un primo momento hanno raggiunto il viso di Rondell bruciandogli i baffi.

“Wish You Were Here” è uno dei dischi più importanti nel percorso dei Pink Floyd, e se è vero che alla fine a trionfare sono sempre le canzoni, sarebbe ingiusto non menzionare l’enorme lavoro di Storm Thorgerson.
In questo album più che in altri lavori resta tuttavia visibile una certa dualità: dinanzi ad un percorso musicale di stampo inevitabilmente intimo resiste il concetto più ampio, spersonalizzato, del lavoro grafico.
In fondo, si tratta di uno stesso sentimento concepito da due punti di vista differenti.

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