Tame Impala – Currents

Come voltare le spalle al rock, perlomeno nella sua vecchia concezione, ed abbracciare l’hype in maniera evidente e disarmante: i Tame Impala con “Currents“, terzo album della loro carriera, ci insegnano che si può cambiare radicalmente direzione, mantenendo il timbro musicale ma scombussolando tutto il resto. Il primo impatto è piuttosto sconvolgente: ho sentito di gente impazzita uscita per strada con le mani nei capelli chiedendosi il perché; so di altri che hanno riportato il disco al negozio chiedendo la sostituzione perché la copertina era giusta ma il contenuto non corrispondeva. Invece è tutto vero e premeditato, si direbbe una mossa furba e lungimirante, cercando di ripetere quello che i Daft Punk fecero nella musica elettronica con “Random Access Memories“. Le atmosfere sono ugualmente soft e intriganti, la base e il refrain non si fanno mai protagonisti ma la reiterazione li rende ipnotici, svolgendo il ruolo che prima avevano i singoli suoni. La voce di Kevin Parker, con tutto il bagaglio di effetti che si porta appresso da sempre, è ben riconoscibile e anzi ne esce vincitrice, più in vista che mai, sebbene si sia dovuta adattare al nuovo corso: le sfumature secche e metalliche hanno lasciato spazio a un timbro più caldo e morbido, più pulito e meno incisivo. Se ascoltando “Lonerism” (2012) e “Innerspeaker” (2010) la mente correva al cantato dei Beatles meno acerbi o degli Who, in certi frangenti di “Currents” non è raro arrivare a pensare ai Bee Gees. Il disco è ben studiato e ben prodotto, è al passo con i tempi ed è da anni Dieci pieni, senza troppi richiami passatisti. Coinvolge e lo si ascolta senza soluzione di continuità, e se i duri e puri del rock storcono il naso, il potenziale di pubblico viene di certo ampliato con un suono più digeribile, ma non per questo meno ricercato di prima. Il primo singolo è il pezzo di apertura ‘Let it happen‘, con un buon tiro e un ritmo vivace che non stacca troppo dal passato, mentre il singolo successivo ‘Cause I’m a man‘ è uno dei brani più sedati dell’intero album, una ballata con ritornello in crescendo dalle parole accattivanti e ben scandite in stile tormentone. Nel mezzo, canzoni dalla costruzione semplice, il suono raffinato e i testi di impatto, ancheggianti come ‘The moment‘ o più impalpabili come ‘Eventually‘, qualche accenno di chitarra come l’intro di ‘The less I know the better‘ prima che si scenda in balera, fino alla chiusura cadenzata di ‘New person, same old mistakes‘, quasi priva di riverbero se non nel refrain. Il lavoro fatto dai Tame Impala è tanto e di qualità, la direzione presa è netta e il prodotto ottenuto è valido.

Il percorso intrapreso è uno di quelli che divide i fan, la critica e anche gli ascoltatori occasionali, scontentando i primi, affascinando i secondi e guadagnando punti coi terzi. Uno sforzo e un sacrificio necessari per guardare avanti e non essere più la versione rinnovata di qualcun altro, per una scelta che sicuramente pagherà ancora di più sulla distanza.

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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