Peter Kernel – Thrill Addict

Ci ho messo parecchio tempo per metabolizzare “Thrill Addict” dei Peter Kernel, e ancora non ci sono ben riuscito.

ATTENZIONE! Spoiler
Metto in chiaro fin da subito che il disco mi è piaciuto molto, perché un disco difficile da inquadrare può essere comunque molto bello, e merita l’ascolto e la recensione merita una lettura. Detto questo, ce l’ho ancora piantato sullo stomaco cercando di capire di cosa si tratti.

I Peter Kernel sono un duo un po’ internazionale e un po’ apolide.
Canadese lei, svizzero lui, di stanza un po’ ovunque, tra tour e registrazioni, formalmente il campo base è in Canton Ticino – quindi un po’ Svizzera e un po’ Italia – ma si capisce che il nostro Paese abbia un peso importante nella loro evoluzione (o così ci piace credere).
Thrill Addict” è il loro terzo disco in sette anni, pubblicato a gennaio 2015 da On The Camper Records – che poi dietro l’etichetta si nascondono essi stessi, e non chiedetemi dove sia domiciliata fiscalmente perché non lo so.
Ci sono più di vent’anni di influenze in questo disco, per non dire trenta: si parte dal post-punk degli albori e si passa attraverso il noise rock a cavallo degli anni ’80/’90, c’è l’art rock degli anni 2000 e c’è un po’ tutto il condensato di ciò che è alternative e indie, specialmente di influenza USA, di questi decenni.
La confusione che si ingenera nell’ascoltatore è effetto dei numerosi richiami, ben distinti tra di loro ed equamente distribuiti sui vari brani, che anziché fondersi per dare vita a un prodotto omogeneo ma incognito si contrappongono in maniera quasi schizofrenica.

L’apertura di ‘Ecstasy‘ fa pensare allo shoegaze più soffocato, senza chitarre gracidanti ma con un composto di suoni nebbioso. ‘High fever‘ è più caotica e ci butta a New York negli anni 2000, art rock e voce femminile, più una linea di basso da post-punk revival.
Your party sucks‘ rallenta nuovamente il tutto, mantenendo l’atmosfera cupa e lasciandosi ravvivare dai cambi di ritmo. A metà tra le due tracce precedenti si inserisce ‘Leaving for the moon‘, la voce si fa più secca e il tempo più vivace, ma si avverte lo spirito di Kim Gordon e Thurston Moore che veglia sui Peter Kernel.
Cambio di direzione improvviso per una ballata più melodica, ‘It’s gonna be great‘ sembra scritta appositamente per chiudere i concerti, e le influenze si fanno meno incipienti. ‘Your flawless‘ è una nuova inversione a U, siamo alla fine degli anni Settanta e Iggy Pop è ancora vivo e si fa sentire, sebbene non sia mai morto o forse non sia mai stato del tutto vivo, in più un basso ansiogeno spezza il fiato e complica la situazione. ‘Supernatural powers‘ ha il basso scuro e il ritmo frenetico da serata indietronica, finché non sale ossessiva e quasi gotica, un po’ da gioventù sonica, un pezzo dalle molte anime come fosse una suite di quattro minuti. Devia sullo sperimentale ‘Keep it slow‘, con una forte venatura di trip-hop di quello morbido, incattivito solo dall’incedere della cassa. L’ossessività dei suoni si rivela forse uno dei temi portanti, con la combinazione basso ripetitivo/voce stridente/cassa incidente di ‘They stole the sun‘. ‘Majestic faya‘ si fa più rilassata, i suoni che rivisitano il dream pop e le voci più riverberate, quasi fossero cori contrapposti. ‘I kinda like it‘ aggredisce per l’ultima volta, tra il proto-punk e il cantato graffiante, con una media non aritmetica tra i Settanta e gli Zero. Chiusura surreale di ‘Tears don’t fall in space’, senza una vera linea guida, un lungo intro strumentale quasi inedito nel disco, le parole quasi sussurate, poca confusione di suoni e di stili, un racconto lasciato alle parole più che alla musica in questo caso.

La confusione dei continui riferimenti e del continuo zig-zag tra gli stili è rappresentativa dello smarrimento, della poca chiarezza che rimane dopo l’ascolto, quasi fosse voluta. La bravura innegabile, le idee tantissime e molto buone, l’esecuzione irreprensibile, elementi di qualità per un album estremamente curato e realizzato quasi maniacalmente, ma che in preda a queste crisi di identità fatica ad essere assorbito e digerito, e forse anche ricordato. Ascolto difficile ma gratificante, e la chiusura è nel dubbio: i Peter Kernel non sono riusciti a farsi capire del tutto, o noi non siamo pronti per capire del tutto i Peter Kernel?

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Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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