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Jonathan Wilson – Rare Birds


Mettiamo subito le cose in chiaro: Jonathan Wilson possiede un talento cristallino.
Il compositore, polistrumentista e produttore californiano aveva fatto centro pieno con i suoi ultimi due album. Sia “Gentle Spirit” che “Fanfare” (per me disco dell’anno nel 2013) avevano colpito critica e pubblico per l’abilità delle costruzioni armoniche e per gli splendidi arrangiamenti.
Dopo quasi cinque anni di silenzio e dopo aver collaborato sia come musicista che come produttore con personaggi come Father John Misty, Conor Oberst, Karen Elson e Roger Waters (insieme al quale si esibirà, come band di supporto, in oltre 100 show in tutto il mondo), ecco che il caro buon vecchio Jonathan ha dato alle stampe il suo quarto lavoro in studio, intitolato “Rare Birds”.

Nel dicembre scorso era stata annunciata la pubblicazione del disco per il 2 marzo ed erano state svelate artwork, tracklist e condiviso addirittura il primo singolo.
Non nascondo di essere stato tentato di preordinare (da vecchio feticista) la versione deluxe dell’album, composta da 2 LP bianchi, un poster pieghevole, sei adesivi e un libro di 28 pagine. Ma c’era qualcosa che non mi convinceva affatto.
In primis la copertina (una delle più brutte mai viste), disegnata dall’artista Andrea Nakhla, che preferisco come illustratrice rispetto a quando approccia la computer grafica. Ma il colpo finale è stato proprio il brano pubblicato in anteprima, ‘Over The Midnight‘, con il suo pomposo, interminabile, inutile intro, ed il suo snodarsi a spirale per oltre otto minuti senza una soluzione accettabile o uno spunto interessante.

Wilson abbandona la Laurel Canyon, quella lunga strada che attraversa le colline di Hollywood e che costituisce il rifugio della cultura alternativa e della musica dei ’70, per abbracciare le soluzioni estetiche più consone all’ex leader dei Pink Floyd con cui ha collaborato nell’ultimo lavoro “Is This the Life We Really Want?” proprio mentre metteva mano alle canzoni di questo “Rare Birds”
Le lancette della sua retromania sono state portate avanti di 10 anni, passando dallo splendido artigianato folk e dalle reminiscenze della west-coast dei seventies, al suono più pomposo e stratificato degli anni ’80.
Nei quasi 80 minuti di questo disco tanto ambizioso quanto a tratti magniloquente, il songwriter/produttore cerca di mettere insieme tante (troppe) ispirazioni e suggestioni, talvolta un po’ troppo di maniera come l’apertura di ‘Trafalgar Square‘.
Ma ho la certezza assoluta che il suo suono rassicurante e l’impianto più pop e patinato, cesellato con classe, piacerà a molti. In questo solco si inserisce ad esempio una ‘Me‘ dall’impianto soul, con quel sax alla Gerry Rafferty che farà impazzire i nostalgici di certi anni ’80.
Dell’apripista ‘Over The Midnight‘ ne ho già parlato, tanto enfatica da sfiorare gli ultimi (noiosi e soporiferi) War On Drugs, mentre ‘There’s A Light‘ è imbarazzante, trainata dalla solita, insopportabile, drum machine tra coretti e stacchi degni del peggior Springsteen.

Dove Wilson riesce meglio, senza dubbio, è nella tracce dove i ritmi rallentano, come nell’ottimo chiaroscuro di ‘Sunset Blvd‘. Ma fossi in lui lascerei perdere gli esperimenti con il vocoder: quelli (non si sa come) riescono bene solo a quel diavolo di Kurt Wagner (ascoltare ‘Flotus‘ dei Lambchop per credere).
L’unico brano tirato davvero ben costruito sembra essere proprio la title track, mentre ‘49 Hairflips‘ è un ottima ballata pianistica, suadente nel suo incedere notturno accompagnato dal pianoforte e dall’aiuto del fido Father John Misty, anche se forse un po’ troppo appesantita dagli archi nel ritornello.
In ‘Miriam Montague‘ arrivano i Beatles leggeri con una punta di psichedelia, mentre ‘Loving You‘ la vedo bene in una puntata di “Miami Vice”, con i suoi giochi di specchi ed il cameo vocale del guru della new-age Laraaji.
C’è ancora spazio per qualche spruzzatina del Peter Gabriel epoca “So” con ‘Living With Myself‘ (insieme a Lana Del Rey), mentre il country patinato di ‘Hi-Ho The Righteous‘ non convince affatto anche se nel finale prova a graffiare e a lasciare un segno.
E se ‘Hard To Get Over‘ scivola via senza lasciare particolari emozioni, la conclusiva ‘Mulholland Queen‘ è un brano per pianoforte e voce estremamente ispirato che conferma Jonathan Wilson come uno dei migliori songwriter della sua generazione, a patto che non si faccia trascinare dalla foga.

Tirando le somme, “Rare Birds” non è un disco brutto ma personalmente lo trovo poco messo a fuoco nella sua voglia di strafare.
Wilson non è nuovo alla megalomania (come il suo omonimo Steven).
Anche il precedente “Fanfare”, in fondo, possedeva lo stesso impeto ma era veicolato maggiormente nella costruzione di canzoni che funzionavano davvero.
Il passato da cui è stato ispirato e da cui attinge stavolta non sembra la scelta vincente e la contaminazione tra questi elementi non ottiene l’effetto sperato. Anche se talvolta la capacità di scrittura è in grado di sollevarsi dalla vertigine sonora, il nostro non possiede (ancora) la classe e l’eleganza raffinata degli Steely Dan, tanto per citare uno degli espliciti riferimenti del disco.
Dalla sua parte c’è un’effettiva ricerca sonora che richiede grande attenzione ed ascolti ripetuti, ma tirando le somme per me “Rare Birds” risulta un album interlocutorio, un passo indietro rispetto ai precedenti due lavori, con una prevedibilità e piattezza nella composizione cui non eravamo abituati.

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