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Dead Cat In A Bag – Sad Dolls And Furious Flowers


Terzo album e centro pieno per i Dead Cat In A Bag.
“Sad Dolls And Furious Flowers” è un disco che accarezza cuore, anima e cervello, in un gioco di rimandi condotto con grande personalità.

C’è un’aria strana in giro mentre il crepuscolo inizia a calare più velocemente in questa afosa serata di fine estate.
Sembra quasi come se stivali consumati da tante, troppe camminate, avessero alzato la polvere tipica delle strade blu a stelle e strisce, mescolandosi in questo denso pulviscolo con l’odore malinconico di certi locali dell’est europa.
È un’aria strana, lo ribadisco, ma allo stesso tempo maledettamente affascinante, un’atmosfera che trasporta sensazioni musicali capaci di abbracciare con apparente semplicità diverse latitudini.
In questa situazione sa muoversi sinuoso il talento di Luca “Swanz” Andriolo e dei suoi compagni di avventura, riabbracciati dopo un disco solista sotto il nome di “Swanz The Lonely Cat”.
A volte buskers, a volta rockers ormai consolidati, i Dead Cat In A Bag stavolta si reinventano come trio, affiancando al leader i talenti del violinista Andrea “André” Bertola e del polistrumentista Scardanelli.
Il loro terzo lavoro (primo per l’interessante etichetta polacca Gusstaff Records) si intitola “Sad Dolls And Furious Flowers”, ed è un sublime coacervo di influenze sonore. Ogni brano spazia con disinvoltura dal folk classico alle tradizioni balcaniche, dalla frontiera messicana al bluegrass, il tutto condito da mirate incursioni elettroniche.
Il tutto allargando e riducendo lo spettro sonoro con l’innesto mirato di altri splendidi collaboratori. Il risultato è un album sprezzante e languido, dove violino, fisarmonica, chitarra e altri strumenti più inusuali come il theremin, si fanno strada guidati dalla voce disillusa di Swanz, tra fumo di sigarette ed immaginari cinematici colpendo sempre il bersaglio.

Volete alcune coordinate?
Siamo in una terra di mezzo tra Tom Waits, Calexico, Nick Cave, Black Heart Procession, Tindersticks.
Ma non prendete queste chiavi di lettura troppo alla lettera, perchè Swanz e compagni amano giocare con le ispirazioni ed i riferimenti, come dimostra una splendida e personale versione/visione di uno dei capisaldi della storia del rock come “Venus In Furs”.
Il suono dei Dead Cat In A Bag sa stupire per la capacità di unire tradizione e modernità con una grande cura per i suoni.
I rimandi di cui sopra sono solo una piccolissima parte degli ingredienti che formano un menu equilibrato e gustoso, lasciando che sia la loro peculiare personalità a trasportarci trasversalmente attraverso i loro tentacoli musicali. In questo viaggio che inizia con l’intro strumentale di ‘Sad Dolls‘ e prosegue con il passo caracollante e sinuoso di ‘Promises In The Evening Breeze‘, potete sobbalzare con la violenta sferzata di ‘The Voice You Shouldn’t Hear‘, in bilico tra cadenzati ritmi industriali e note scure di violino, per poi respirare un’aria da armageddon con la sinistra ballata ‘The Place You Shoudn’t Go‘.
Potete cavalcare al galoppo con ‘Waste‘, inoltrarvi nei sentieri acustici di ‘Muñeca‘, struggervi sulle note della malinconica ‘Le Vent‘ (con un André ispiratissimo), inerpicarvi assetati sui sentieri minacciosi di ‘Thirsty‘ per poi sciogliere la tensione accumulata con le trombe mariachi di ‘Mexican Skeletons‘, degno cocktail di benvenuto al confine con il sudamerica.
E se ‘Not A Promise‘ è capace di tirare fuori il vostro lato più emotivo, con una tromba dolente che ricorda quella dei primi La Crus, ‘The Clouds‘ (inspirata da ‘Cosa Sono Le Nuvole‘, brano scritto da Pier Paolo Pasolini ed interpretato da Domenico Modugno) vi accarezzerà il cuore in una lenta giostra di emozioni, prima che l’altro strumentale ‘Furious Flowers‘ chiuda perfettamente il cerchio.
La poesia crepuscolare di “Sad Dolls And Furious Flowers” ha un effetto catartico, capace di smuovere a fondo l’emotività di una band mai così convincente.
L’album sorprende per il semplice e mai scontato risultato di mantenere una forte identità di scrittura nonostante l’eterogeneità delle influenze sonore, superando ogni frontiera.
E nella triste situazione politica e sociale che attraversa il nostro derelitto paese è un risultato meraviglioso.
Per chi scrive, già uno dei dischi italiani dell’anno.

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