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Subsonica, boomer a chi?

Torino è bianconera, non fate associazioni azzardate.
È un vertice del triangolo della magia bianca, con Praga e Lione, e della nera, con Londra e Los Angeles. Tutto qui. Torino è il Klec, pub praghese che vende anche vinili, con Riccardo, il proprietario, che all’una e mezza di notte e mi offre una birra in onore alla maglietta dei Madrugada che indosso.

Torino è la fermata del “15 Rosa”, il notturno che parte di corso Bolzano e che non riesci a trovare. È la focacceria di Via Sant’Agostino che ti manda la musica di De Gregori nelle casse mentre mangi la farinata. È Piazza Statuto con l’Angelo Ribelle e le bancarelle sotto i portici che vendono testi che trovereste nella libreria del Dottor Faust. È il Portone del Diavolo all’angolo tra Via Alfieri e Via XX Settembre. Ma anche la Sindone, San Giovanni Battista, la fontana Alchemica di piazza Solferino e la leggenda del Sacro Graal nascosto nella Grande Madre. Torino è il “bicerin” che faceva impazzire Umberto Eco, Alexandre Dumas, Pablo Picasso ed Ernest Hemingway.

Torino romana con il cardo e il decumano, ed egizia, con le statue della dea Sekhmet la terribile. Torino Barriera di Milano, primo rifugio di chi vi cerca l’accoglienza e la fortuna rifiutate altrove. È Superga e le lacrime che scorrono da sole davanti alla lapide commemorativa. Il pipistrello sotto un balcone di San Salvario, i gargoyle dei palazzi del centro, e le immagini sacre sbucate dal nulla. Il Monviso da una parte, la collina dei Cappuccini dall’altra e i controviali che non sai mai quale corsia prendere

Torino è il Rondò della Forca, il cui nome dice già tutto, l’Hiroshima Mon Amour e l’Off Topic che un tempo si chiamava Officine Corsare, dove ho suonato al termine di una giornata che mi passerà davanti l’ultimo giorno della mia vita qui. È il mercato etnico di Porta Palazzo, il più grande d’Europa ed è lotta risorgimentale e operaia.

Torino è la città dei Subsonica e per i motivi appena elencati, ed altri ancora, non posso mancare stasera alla loro data romana.

Anche perché prima di stasera l’unica mia presenza al cospetto dei Subsonica, datata luglio 2000 all’ippodromo di Tor di Valle, mi vide immobile su due sedie, con le gambe distese e una busta di ghiaccio ad avvolgere una caviglia  per colpa di una buca improvvisamente incontrata mentre correvo verso il concerto. Da allora, quella con la band torinese è stata una storia d’amore a distanza, fatta di grandi dichiarazioni appassionate, ma zero incontri. la curiosità e la voglia di godermeli dal vivo è massima.

Le recensioni del loro debutto concordano sul fatto che la pausa di quattro anni ha sicuramente giovato al suono e all’energia del gruppo.
«”Realtà Aumentata” è quasi una seconda vita», dice Samuel durante un intermezzo colloquiale con il pubblico. All’ascolto mi ha dato l’idea di un lavoro compatto e d’impatto, nei suoni e nei temi affrontati. E i cinque sembrano avere gran voglia di calcare nuovamente il palco.

Subsonica

A proposito di questo, non è facile descrivere l’imponente allestimento scenografico, ma ci provo. I musicisti, disposti su un’unica linea, si trovano su cinque piattaforme. Queste, azionate da un meccanismo idraulico (tiro a indovinare) salgono e scendono, portandoli ad altezze differenti. Quando le pedane si alzano, d’effetto sono anche i cavi sotto di esse, visibili come enormi e lunghi tentacoli colorati e luminosi.

Gli schermi sono tre enormi pannelli disposti a diverse altezze e a diverse distanze rispetto al pubblico, in modo da dare tridimensionalità. Curati sono i visual, caleidoscopico il light show. Non esiste un unico concept e sembra esserci un preciso criterio di scelta. Si va dalla dominanza rosso sangue durante ‘Cani Umani’, alle immagini coloratissime e spaziali che accompagnano il racconto dell’utopia di ‘Africa su Marte’, ai disegni a ricordare le creazioni modulari di Escher in ‘Liberi Tutti’, alle parole come macigni del testo di ‘Nessuna Colpa’ che raccontano del dramma quotidiano consumato nel nostro mare.

E poi la musica.
L’apertura è per “Realtà Aumentata”, i primi quattro brani seguono quasi integralmente la tracklist del disco. L’attacco di bassi di ‘Cani Umani’ potrebbe sonorizzare un racconto di H. P.Lovecraft. Con ‘Mattino Di Luce’  si decolla, balla e sballa, in piedi non solo nel parterre ma subito anche nei posti a sedere dei tre anelli del PalaSport, la cui pessima acustica non è  di ostacolo all’energia che deflagra tra il pubblico. Poi i groove e le sonorità nere e tribali di ‘Africa Su Marte’, abbinate alla variopinta tuta di Samuel, contraltare dell’elegante completo grigio di Boosta, incastonato al solito tra muri di synth e l’immancabile tastiera dal supporto a molla.

Le ventisette canzoni inserite nella scaletta della serata ripercorrono l’intera loro carriera, a partire da “Subsonica” a “Realtà Aumentata” dal quale sono estratti otto brani. Restano fuori “8” e “Mentale Strumentale”, mentre ben rappresentato è “Microchip Emozionale”. ‘Aurora Sogna’ fa ondeggiare sull’andamento reggae del ritornello e le immagini cyborg. ‘Liberi Tutti’ è un grido rafforzato dalle due parole a caratteri cubitali sugli schermi. ‘La Glaciazione’ rimanda ai Chemical Brothers più incazzati e liberatori, con i cinque sul palco salgono e scendono, posizionandosi ad altezze diverse, Samuel che osa l’impensabile saltando da una piattaforma all’altra è il pubblico scatenato. Superfluo raccontare cosa accade durante ‘Disco Labirinto’.

Forse abbiamo sottovalutato i prodigiosi risultati della nostra frequentazione degli studi osteopatici, o forse inizieremo ad esserne habitué da domattina, perché ‘Il Centro Della Fiamma’ è la degna conclusione di una prima parte al fulmicotone e mette a dura prova il collagene delle nostre articolazioni. Hardcore ed elettronica, mistura esplosiva, con un retrogusto di Depeche Mode dato dalla frase della Fender di Max Casacci che solletica il timpano, percepibile nonostante l’acustica del Palasport ci metta del suo come al solito.

‘Missili e Droni’ regala il tempo necessario per prendere fiato e rilassarsi un po’. I suoni di piano di Davide Di Leo, i glissati sul contrabbasso elettrico di Vicio, Max che passa alla Les Paul e amplia spazi e prospettive con leggere pennellate di delay. La pace dura fin quando le rullate di Ninja su tom e timpano entrano oscure e minacciose, trasformando il pezzo in una marcia di morte. Poi il messaggio finale a tutto schermo, a chiedere lo stop della guerra in Ucraina. In ‘Dentro i Miei Vuoti’  il vocoder utilizzato da Samuel colora tutto di nero, robotico, cavernoso. Ti fa scendere dentro la tua oscurità per esplorare l’abisso che nascondi a te stesso.
Le frequenze basse spinte al massimo, la sensazione del cervello, il mio, che trema.

In realtà seduti ci restiamo poco: ‘Giungla Nord’ e i recettori colinergici della placca neuromuscolare tornano a fare gli straordinari. Base jungle, bassi oversize e innesti di chitarra passata in un pedale wah. A seguire, Max Casacci racconta la genesi dell’ultimo disco, parte ‘Universo’ che potrebbe essere il pezzo perfetto per un Sanremo che tornasse a essere musica. Con ‘Il cielo Su Torino’  plano a volo d’angelo sulla città descritta nelle prime righe.
A metà pezzo entra Ensi, rapper di Avigliana, già ospite in “Realtà Aumentata” nel brano ‘Scoppia la Bolla’ e confermato durante il tour in quattro pezzi.
L’ultimo di questi è un colpo basso: un omaggio a Neffa e alla sua ‘Aspettando il Sole’ che inumidisce gli occhi a più di qualcuno. 
Samuel, a sorpresa, compare per cantare il ritornello tra il pubblico del primo anello, dietro ai mixer della regia luci e audio.

Si va verso la fine con ‘Il Diluvio’ e il break di Ninja alla Stewart Copeland di ‘Bring On The Night’ e poi diluvio torrenziale di bpm e ricami di synth a cesellare testo e melodia. La chiusura è con la richiesta a tutti gli spettatori di sedersi per poi esplosione e delirio finale. I ragazzi ancora sanno picchiare, anche se le parole da me pensate le stesse che scrivo qui. Un groove reggae & roll di batteria lo colgo nuovamente in ‘Lazzaro’. Samuel gioca nuovamente con la vita, saltando tra le piattaforme a diverse altezze, e Max chiude rockeggiando duro. ‘Benzina Ogoshi’ si divide insieme a ‘Dentro i miei Vuoti’, la palma del pezzo più oscuro.

Nota di merito per la seguente affermazione: “E’ inutile che facciamo finta di uscire e andar via, tanto lo sapete come funziona”. ‘Tutti I Miei Sbagli’ è quella che aspettavamo dall’inizio senza avere il coraggio di dircelo. Padri di famiglia appesantiti dalla sedentarietà saltano come le molle che erano una volta, camicie ormai dimentiche della piega perfetta da ufficio volano fuori dai pantaloni. Vedo appartenenti alle forze dell’ordine ballare e fare video con gli smartphone.
Il saluto è lasciato a ‘Strade’, funky e riff black, sul marchio di fabbrica della cassa dritta.

Finisce con gli abbracci che si protraggono a lungo. Nell’impianto passano le note di ‘Needles In The Camels Eye’, di un signore chiamato Brian Eno. Chapeau.
Chi ha pagato il biglietto non è rimasto deluso. Colgo gli umori dei fan, molti dei quali affermano di aver assistito al «miglior concerto dei Subsonica tra tutti quelli visti fino a oggi». Forse hanno ragione. E hanno ragione anche i Subsonica: la seconda vita comincia dopo i 45 anni e può essere anche migliore della precedente, è sufficiente essere autentici, centrati e credibili.

Per quanto riguarda noi, siamo invecchiati meglio di quanto cerchino di farci credere. I boomers, quelli veri, sono i vostri figli.

Roma, 08 aprile 2024

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© Emanuela Vh. Bonetti

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