Thom Yorke & Jonny Greenwood live a Macerata: l’aquila bicipite dei Radiohead

Un evento unico, fuori dagli schemi e dai tour ufficiali, nato e mosso da intenzioni che scavalcano i confini della musica ed evidenziano il legame che c’è tra i Radiohead e l’Italia.
Lo show di Thom Yorke & Jonny Greenwood, in data unica il 20 agosto per i pochi fortunati che hanno conquistato il biglietto di accesso allo Sferisterio di Macerata, è un gesto di attenzione verso la popolazione delle Marche, colpita esattamente un anno fa da un sisma del quale ci si sta ricucendo poco a poco le ferite. Il ricavato di questo spettacolo è destinato proprio a loro, e questo concerto è una delle forme di aiuto più eleganti che si potessero mai immaginare.

La location è presa in prestito dal mondo della musica classica e della lirica, ed è quindi quasi doverosa un’apertura all’insegna degli archi, con i virtuosi del Cubis Quartet, ideato e voluto da Jonny Greenwood, che propone Schubert prima che si aggiunga Daniele Di Bonaventura con il bandoneon (qui una spiegazione di certo migliore di quella che potrei dare io riguardo questo strumento), per un totale di tre quarti d’ora di musica “impegnata” seguita e fruita in maniera composta da un pubblico di orientamento “pop” che non si lascia intimorire o distrarre.

La lunga camminata di Thom Yorke & Jonny Greenwood per portarsi sul palco è già di per sé un’ovazione. Quando poi le luci si accendono ad illuminare un buio ormai pesto, e a scaldare una serata decisamente fresca, l’ovazione si trasforma in devozione silente per ‘Daydreaming‘. La prima tranche di pezzi attinge dalla storia recente dei Radiohead, e all’acustica delle chitarre ampiamente attese si aggiungono e si sostituiscono il pianoforte, le tastiere e le diavolerie elettroniche che caratterizzano gli ultimi anni del processo creativo e inarrestabilmente innovatore della band, arricchendo coi suoni di drum machine e loop station la struttura essenziale che avrebbe il semplice duetto. Passaggi a volte ostici ma ipnotici, ammorbiditi dall’atmosfera informale a cui recentemente ci ha abituato questo Thom Yorke in versione loquace intrattenitore di folle.

I cuori si scaldano quando la selezione si sposta su brani dal taglio più classico, che non perdono un grammo del loro pathos live anche se eseguiti in formazione ristretta: ‘Nude‘ è una lama affilata che trapassa lentamente il costato, con la voce di Thom Yorke immune da ogni macchia, ‘I might be wrong‘ è ugualmente violenta e inquieta, ‘A wolf at the door‘ in versione acustica è invece lacerata e sporca, trascinata con un affanno che spezza il fiato.

Un nuovo excursus nelle fasi più recenti della storia dei Radiohead, con ‘Present tense‘ e ‘Give up the ghost‘ a tirar su un muro trasparente che ricrea una sorta di distacco dal pubblico, per poi chiudere con una nuova botta di pelle d’oca, crudele e raggelante ‘Like spinning plates‘, corale e sentimentalona ‘All I need‘. Se la scaletta del set principale è per certi versi coraggiosa e sorprendente, andando a pescare equamente tra la sperimentazione degli ultimi anni e brani datati ma non propriamente usuali nei concerti dei Radiohead, l’encore sembra invece studiato per accontentare tutti, ma proprio tutti: ‘Street spirit (Fade out)‘ apre i rubinetti delle lacrime, ‘No surprises‘ vibra ma non alza la voce, ‘Karma police‘ è la chiusura comunitaria, il canto finale di questa messa laica.

Thom Yorke & Jonny Greenwood, le due principali menti creative del gruppo di Oxford, l’aquila bicipite da cui ha origine gran parte della produzione dei Radiohead nel loro ultraventennale processo di innovazione della musica rock, hanno saputo condensare ed estrarre l’essenza di tutti i pezzi toccati, non hanno stravolto nulla ma nemmeno hanno proposto una versione impoverita degli originali. Una riformulazione unica, ritagliata sulla forma della cornice e dello spirito che ha animato questo evento, un marchio a fuoco impresso nella mente e nel cuore delle poche migliaia di presenti, per uno spettacolo che ancora una volta oltrepassa l’idea tradizionale di musica leggera e i suoi classici confini.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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