The Flaming Lips live a Milano: la schizofrenia del camaleonte

Un intero anno di attesa, o forse più, per vedere The Flaming Lips a Milano, e ne è valsa manco a dirlo la pena.
La data del 30 gennaio all’Alcatraz era stata annunciata con enorme anticipo, tanto che nel frattempo gli imprevedibili ragazzi di Oklahoma City hanno fatto in tempo a mettere in circolazione qualche novità, registrare diverse collaborazioni e pubblicare un nuovo album, “Oczy Mlody”.
È sufficiente l’alto tasso di radiosa follia messa in scena nei loro concerti per creare grandi aspettative, sia tra gli adepti, sia tra chi si imbatte in questa band di culto senza averne piena coscienza, magari incuriositi dal nome The Flaming Lips o dagli assurdi titoli dei loro innumerevoli dischi.

In apertura, troviamo una nostra vecchia conoscenza, nonostante raggiunga a malapena la maggiore età: avevamo già incrociato Georgia a fare da spalla a The Kills pochi mesi fa, ne eravamo rimasti seriamente colpiti (nel live report ci sono le prove), in questo bis cerchiamo le conferme del caso. E manco a dirlo le troviamo, anche se il taglio che la ragazzetta dà allo show è sensibilmente diverso: stessa posizione sul palco, praticamente stessa scaletta, meno acidità e meno rabbia, una grinta più composta e un piglio meno rivoltoso e più strutturato. Meno fresca e rumorosa, più adatta a un pubblico eterogeneo, sicuramente i numeri ci sono e noi rinnoviamo la nostra scommessa su questa Georgia.

Wayne Coyne fa capolino sul palco svariate volte, sia nel corso del set di apertura per girare un video col cellulare, sia durante il soundcheck prodigandosi in chiacchiere e pubbliche relazioni. Ma quando sono The Flaming Lips nella loro interezza a prendere possesso dello stage, non ci si capisce praticamente più nulla. Un filo logico alla narrazione è pressoché impossibile da trovare, possiamo ricorrere alle immagini e alla descrizione alla rinfusa di quel che succede, perlomeno di ciò di cui riusciamo a renderci conto. Ci sono due funghi giganti ai lati, una tenda a due livelli di lucine multicolore davanti praticamente a tutto, c’è un sacco di gente in giro e chiaramente ci sono i visual sullo sfondo, semplici e che non catturano l’attenzione, ma sgargianti e pieni di colore come da copione.

Il primo brano, ‘Race for the prize‘, è praticamente un livello di Pang, per chi si ricorda questo videogame (altrimenti possiamo dire Puzzle Bobble). Piovono palloni gonfiati, piovono coriandoli dal cielo, succede tutto e il contrario di tutto, ed è inutile perdere tempo cercando di mettere a fuoco la situazione. Ci si ricompone giusto un attimo, The Flaming Lips vanno a rovistare in una delle loro opere di culto, e si respira con ‘Yoshimi Battles the Pink Robots Pt.1‘, prima che Wayne Coyne decida di montare in sella a un luminoso unicorno a rotelle e di farsi un giro intorno all’intera platea, seminando manciate coriandoli.

The Flaming Lips stanno ai colori nella stessa maniera in cui i Joy Division stanno al bianco e nero, e il loro frontman è una sorta di profeta di questa filosofia. La compostezza con cui tutto questo va in scena è un piccolo miracolo: non sono pacchiani e non sacrificano affatto la parte musicale sull’altare dell’immagine, il suono è pieno e totale, i numerosi elementi della band sono sintonizzati meglio della tv satellitare e le performance artistiche del leader non inficiano, se non minimamente, la traccia vocale. Anche quando si chiude in una bolla trasparente e rotola sul pubblico per la cover di ‘Space Oddity‘ di David Bowie. Anche il non ricorrere eccessivamente all’uso di cover, nonostante il loro amore palese e dichiarato, è segno di questa ritrovata sobrietà in technicolor.

Il ritmo del concerto non è serrato e i tempi sembrano dilatati, la fine del set principale arriva quasi a sorpresa con ‘A spoonful weighs a ton‘, pur dopo una buona ora e mezza. Rimane il tempo per una decompressione generale, l’encore è quanto di più sereno e rilassante possa esserci, sempre facendo le dovute proporzioni. Il finale è ovviamente quello prestabilito, il lato più hippy dei The Flaming Lips si riversa in ‘Do you realize??‘, la pace interiore si impadronisce degli astanti e si chiude il sipario su uno show schizofrenico, multicolore e camaleontico nel più felice dei mood possibili.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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