Peter Murphy e l’oscurità riflessa

Milano, 22 novembre 2018

Non si chiamano Bauhaus, ma celebrano i 40 anni di attività della band inglese riproponendo la cupa atmosfera dei loro brani: è con queste intenzioni che Peter Murphy si presenta al Fabrique di Milano accompagnato anche dallo storico bassista David J, pronto a spedire il pubblico negli inferi in cui era uso muoversi a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.

Aprono la serata i Desert Mountain Tribe, che arrivano dal Regno Unito ma sono molto poco British.
Oscillano tra sonorità new wave, cariche di una batteria incisiva e di giri di chitarra in crescendo con riff accattivanti, e arie più moderne con una struttura scarna da anni ’90 che non esagera con la ruvidità, e che a tratti sembra richiamare i The Cult.
La voce è acida, c’è spazio ogni tanto per qualche eco e qualche riverbero ma in generale offrono un onesto impianto rock senza fronzoli.

L’ingresso sul palco di Peter Murphy è imperioso, quasi da bullo.
Il contrasto visivo è forte da subito, nel buio spezzato da luci fredde sullo sfondo e caldi riflettori su di lui.
L’attacco con ‘Double dare‘ denota da subito una forte presenza scenica, da frontman che diventa quasi oneman, ma i volumi sono incredibilmente bassi e la voce difficile da raggiungere.
La speranza che si tratti di un qualche disguido tecnico è fortunatamente realistica, il microfono adempie ora al suo dovere e la voce si mostra importante e anche il resto degli strumenti in successione raggiungono un volume decente.
È a questo punto che la carenza di basso diventa purtroppo percettibile, ma le frequenze iniziano a vibrare.

Lo show è tutto di Peter Murphy, il resto del gruppo che lo accompagna appare per tutta la prima parte del concerto come una base in sottofondo.
Lui gioca in modo inquietante abbracciando e puntando a destra e sinistra un riflettore, prende i pezzi più rumorosi sovrastandoli e dettando legge.
I suoni sintetici di ‘Small talk stinks‘ rendono decisamente meglio, ma da qui in poi l’esecuzione migliora decisamente.
St. Vitus dance‘ è ritmata e ha un bel riff, e finalmente ‘Stigmata martyr‘ si carica di basso. L’interazione diretta con il pubblico non c’è praticamente, ma Peter Murphy si muove da vero showman.

Le tinte dark si stagliano sullo sfondo di ipnosi di chitarra, con giri reiterati e la presenza e la voce del cantante a riempire il palco.
Il ritmo affannoso in rincorsa di ‘Bela Lugosi’s dead‘ ribalta le proporzioni, col basso a sovrastare la chitarra, le luci puntate su Peter Murphy che offre manciate di inquietudine solamente a guardarlo.
She’s in parties‘ offre un’accelerata di stampo quasi folk, mentre nei passaggi più ammiccanti di wave gioca quasi a fare il poser.
Tra piatti colpiti fino a far male e il pubblico chiamato in causa a cantare, si arriva alla chiusura con le chitarre che aggrediscono ‘Dark entries‘.

C’è ancora spazio per un rientro patinato, con ‘The three shadows part II‘ e la cover di ‘Severance‘ dei Dead Can Dance, per concludere un concerto che è riuscito a tenere le tinte fosche che da Peter Murphy ci si aspettava, o per meglio dire si doveva esigere.
Una stoffa e una classe indiscutibile, per una onesta commemorazione della storia dei Bauhaus e della scena dark primordiale.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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