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Nonkeen live a Bologna: la ricerca e l’ispirazione

Partiamo dalla fine.
Il concerto (27 aprile) è terminato, la sala (Teatro Antoniano) si svuota lentamente e tutti si dirigono verso il banchetto per acquistare i dischi in vendita.
Dopo pochissimi minuti, quando nessuno si immagina di vedere gli artisti fuori dai camerini a prendersi cura del loro pubblico subito dopo lo show, quando tutti pensano “adesso dovremo aspettare minimo un’ora” oppure “se sono troppo stanchi va anche a finire che non si faranno nemmeno vedere” o ancora “dite che escono dal retro o dalla porta principale?”, ecco che appare Nils Frahm con tutti i Nonkeen al seguito.
Si piazza dietro al banco e inizia personalmente a vendere e a firmare dischi.
Un fan un po’ troppo fomentato gli chiede addirittura di prestarsi ad una ventina di close-up fotografici (forse un primo piano degli occhi, non si capisce di preciso, qualcuno bisbiglia “forse è un dentista”) e Nils di tutta risposta fa “Maybe it’s too much…” per poi prestarsi comunque al gioco.

Perché se qualcuno di voi possiede “Spaces” e apre il book alla prima pagina può capire perfettamente ciò di cui sto parlando.
Non si può semplicemente registrare un album, giocherellare qua e là coi suoni e poi lanciarlo in pasto al mondo: ci vogliono dedizione, sentimento ed anche un bel po’ di cura. Verso la musica, verso il pubblico e verso sé stessi.
Tutti i protagonisti di questa splendida serata dimostrano di sapere il fatto loro.
Partiamo dall’italiano Andrea Belfi, prima vera sorpresa: un grande batterista che sa cosa vuol dire fare musica e soprattutto sa come ottenere dal suo strumento esattamente quello che desidera.
Detta così sembra una cosa scontata e anche un pochino banale, ma è un’impresa titanica: solo chi ha una sensibilità spiccata (e diciamolo, anche un bel bagaglio tecnico) riesce veramente a lasciare il segno.
Belfi è un musicista prima ancora che un batterista.
I brani presentati sono intensi, molto cinematografici (chi ha visto Birdman?), intrisi di un calore e di una ricerca maniacale che non può non lasciare incantati.
Non è un caso che gli stessi Nonkeen lo abbiano inserito in squadra per tutti i loro show di questo primo tour in giro per l’Europa.

Sono da poco passate le 21:30 e tutto è pronto.
Nils e Andrea girati di spalle, Sebastian e Frederic sullo sfondo rivolti invece verso la platea.
Prime note di ‘The invention mother‘ e salta la corrente.
Qualche minuto di cabaret e si è pronti per ricominciare da capo.
Ancora più estasiati di prima, con le dita di Frahm che disegnano paesaggi astrali incredibili.
Attenendosi fedelmente alla scaletta di “The Gamble” il flusso prosegue indisturbato con ‘Saddest continent on earth‘, in un crescendo che trova l’apice in ‘Animal Farm‘, un dub denso e incredibilmente accattivante. Nessuno segue più il proprio strumento, i Nonkeen sono tutti a ballare e a palleggiarsi sacchi pieni di maracas in preda a un delirio analogico. Vengono serviti bicchieri di non si sa cosa alle prime file, esce sul palco un membro della crew con un casco in testa ed un vinile tra le mani, passeggiando da un lato all’altro dello stage a mo’ di break pugilistico. Il pubblico, seppur ben inchiodato alle poltroncine, non può far altro che approvare con un applauso scrosciante.

“Perché usare la drum machine quando abbiamo due batteristi fenomenali?”. È questo il messaggio (parafrasato) che lancia Frahm in un discorso a metà spettacolo. Mai frase fu più azzeccata. Il ritmo prima di ogni cosa, la sostanza va oltre qualsiasi accusa di virtuosismo fine a se stesso. Non è un caso che Andrea si ritrovi nel bel mezzo di un assolo selvaggio poco dopo. Come in un vortice ci ritroviamo sbattuti in fondo alla setlist, puntellata di due pezzi inediti che danno il colpo di grazia ad una platea in visibilio. Ci sono due minuti buoni di applausi ininterrotti che costringono i Nonkeen a tornare in scena immediatamente per un encore mozzafiato.

La gente sorride, la sala si svuota. Il banchetto viene preso d’assalto, tutti vogliono parlare e complimentarsi con questi grandi della musica, senza pensare a ciò che essa è ma piuttosto a ciò che vuole rappresentare. Ho visto critici fare a gara a chi usava il termine più mirabolante, l’etichetta migliore, la frase perfetta. A me sembra quasi che Nils e tutte le persone che dedicano ogni giorno della loro vita alla ricerca musicale e alla sperimentazione si ritrovino a capo di un movimento che non riconoscono, quantomeno cucitogli addosso da persone che non sanno assolutamente quello che i loro brani vogliono esprimere. Quello dei Nonkeen è uno di quei concerti che non esiterei a definire ispirante, che infonde fiducia nella musica tutta.

“Se mi etichetti, mi annulli”  (Sören Kierkegaard)

 

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