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Marcus Miller live a Milano: ritmiche potenti dal sapore newyorkese

Una promessa di qualità e di bella musica suonata a livelli altissimi: questo ci si aspetta dal concerto di Marcus Miller all’Alcatraz di Milano, che per una sera si è vestito col suo abito più elegante trasformandosi per l’occasione in un club jazz.

Il pubblico presente in sala è insolitamente composto da molti giovani, anche ventenni, per una proposta musicale particolare.
Alle 21.09 si spengono le luci e si lascia spazio ad un’atmosfera soft da live club e i musicisti entrano veloci in scena andando subito al sodo: i suoni potenti e squillanti del basso di Miller fanno vibrare subito le teste dei presenti.

Marcus Miller - Milano

Si inizia in modo veloce e preciso, di colpo non si è piu a Milano ma in una New York anni ’70, lungo una strada caotica, nervosa ma viva.
Una lunga session durante la quale si ri-arrangia anche un classico come ‘Papa was a Rolling Stone‘ e che per decine di minuti fa sfogare tutti gli elementi della band.
Senza mai perdere di tono o di intensità, Miller rielabora anche altre composizioni, dal più classico Gershwin sino a produzioni recenti.
Dopo aver proposto l’inedito ‘Trip Trap‘ tratto del nuovo album che vedrà la luce tra poco, non perde l’occasione di mostrare la sua grande capacità di polistrumentista raffinato.
Per un momento abbandona lo strumento con il quale è conosciuto nel mondo e imbraccia un bellissimo clarinetto basso, ricordando così che sono stati i fiati i suoi primi strumenti.

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, il fiato è la via con cui l’anima può esprimere il suo respiro: Miller lo dimostra attraverso il brano che ha dedicato al padre, pianista 92enne recentemente scomparso.
Come racconta il musicista, ogni volta che da bambino si avvicinava al piano il padre, con un buffetto, lo mandava via: non è stato un uomo che ha imposto al figlio il proprio strumento, bensì un genitore che lo ha spronato a trovare una propria strada.

Note lunghe e sentite dove far riverberare anche tutte le proprie esperienze e capacità tecniche; bellissimi i duetti con Alex Han al sax e tutto sul tappeto sonoro e molte volte ritmico del bravo tastierista Bret Williams.
È tuttavia quando intona l’intro di ‘Tutu‘, il brano centrale dell’album di quel genio riconosciuto di Miles Davis, ancora con il clarinetto basso, che il pubblico esplode: una lunga jam session dove riarrangia il brano.
E appena ritorna al basso, Miller distorce il tema con suoni sintetici, accentuando ancora più la pulizia dei fraseggi della tromba di Boltro e del sax di Han.

Ci si aspetterebbe di vederlo accompagnato sul palco da coetanei conosciuti nei club di New York in gioventù: in realtà i suoi musicisti sono tutti giovani tranne l’ospite, Flavio Boltro.
A condividere la scena ci sono validissimi professionisti come il sassofonista Han (classe 1988), il batterista Bailey (classe 1987) e il tastierista Brett William (classe 1992), tutti vincitori di premi internazionali.
Regista attento ad ogni sfumatura e sicuro comandante della sua ciurma, Marcus Miller lascia libero sfogo alle loro possibilità espressive: quello all’Alcatraz non è dunque lo spettacolo di un one-man show ma una vera band sulla quale si basa la potente ritmica soul e funk che caratterizza le produzioni recenti di Miller.

Non astrattismi delicati e comprensibili solo ai più fini intenditori di jazz fusion ma una solida, massiccia e pesante camminata ritmica che non ti puoi neanche permettere di non assimilare, tanto è precisa e cadenzata.
Una lezione appresa dal soul anni ’70, che Miller ha imparato molto bene lasciando alla sua straordinaria capacità tecnica la risposta al perchè sia uno dei bassisti più seguiti e studiati al mondo.
Un produttore furbo che esegue canzoni di per sé semplici nella struttura ma che grazie al suo tocco e alla sua tecnica si elevano.

La ritmica solida di Alex Bailey, alla quale Miller si alterna e sfida in vari duelli, è un piacere per le orecchie e per il senso del ritmo, del gusto musicale e della precisione esecutiva.
Ampio risalto ha anche il nostrano Flavio Boltro, una delle migliori trombe che abbiamo in Italia: vincitore di numerosi premi, entra in punta di piedi nella serata ma fa in modo che questa impronta sia ferma e ben definita nell’arco di tutta la session.

Simpatica la gag alla fine dell’encore, quando dopo aver suonato ‘Blast‘ e salutato tutti è sceso dal palco ed ha fatto accendere le luci: il pubblico in sala si è avviato vero l’uscita, e solo quando si sono spente nuovamente le luci qualche istante più tardi si è compreso che c’era ancora carne al fuoco.

Marcus Miller - Milano

Ormai in fila per lasciare il locale, la gente è rientrata di corsa per assistere al vero momento intimo di Miller che, seduto su uno scranno, illuminato solo da un fascio di luce, imbraccia il suo fedele Fender e dà lezione di tecnica applicata al ritmo in una jam di quasi 8 minuti durante la quale sfodera il suo repertorio tecnico e lascia di sasso e di estasi chiunque ha a che fare con le note basse.

Spettacolare la qualità dei suoni e dei musicisti.
Non un concerto cantato, se non in un paio di occasioni dove anche la voce era pertinente al ritmo, ma una coralità di sensazioni espresse al massimo dagli strumenti e dai suoi musicisti.


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