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L’onda d’urto degli A Place To Bury Strangers

Il gambero pistola è un crostaceo originario dell’oceano Atlantico occidentale, diffuso nella Carolina del Nord, nei Caraibi e in Brasile.

Deve il suo nome alla caratteristica di una delle sue chele, indifferentemente la destra o la sinistra, molto più grande dell’altra. Aprendola e chiudendola velocemente, il crostaceo può produrre delle onde d’urto che raggiungono la pressione sonora di 210 decibel. Sappiate che un razzo al decollo si ferma a 180. La potenza generata dalla chela è devastante e letale per piccoli animali. Nel 2017 è stata descritta una particolare specie che, per il colore rosa della chela, ha preso il nome di “gambero pistola Pink Floyd”: nome scientifico Synalpheus Pinkfloydii.

Se gli zoologi avessero avuto un pizzico di cultura musicale in più, avrebbero dato al gambero il nome di una delle due band che questa sera si esibiscono al Monk.

Maquinha

In primis i Maquinha, band di Lisbona in linea con la qualità e l’intensità della serata. Ebm e industrial selvaggio, rito orgiastico di suoni portati all’estremo senza preoccuparsi di qualsiasi limite. I tre (basso, batteria e chitarra) si agitano come posseduti sul palco. Livelli di distorsione fuori scala, muro di chitarre che ti sbatte in piena faccia. È un viaggio nel cuore pulsante di un demone. Tengo per ultime le urla indiavolate del batterista, pitchate, distorte e passate nel delay. Cosa dica faccio fatica a capirlo, se bestemmiasse non mi stupirebbe.
Giudizio sintetico: violenti e devastanti quanto vuoi, ma alla lunga monocordi e noiosetti.

Se questo è l’antipasto, i miei timpani temono per la portata principale. Il tempo del cambio palco e tocca agli A Place To Bury Strangers. Creatura partorita dalla mente di Oliver Ackermann, chitarrista. Originario della Virginia, si trasferisce a New York, nel Queens, dove fonda un’azienda che diventa in breve tempo la sua personale “Factory”. La Death By Audio è inizialmente laboratorio e rivendita di effettistica e pedali per chitarra e basso; diventa in seguito rifugio per artisti, spiantati, senzatetto, amici e sperimentatori; di ogni tipo.

«Tutto era folle lì dentro. C’era gente che sparava musica metal, fortissimo, alle 4 del mattino, c’era chi decideva di dar fuoco al divano nel mezzo della stanza, ma c’era anche chi faceva sculture meravigliose, chi filmava. Poi abbiamo iniziato a organizzare concerti»

Così racconta Ackermann, che dal 2007 a oggi si è lasciato alle spalle diversi musicisti, si è trasferito dal Queens a Brooklyn, ha messo in cascina sei album in studio, un live, diversi EP, qualcosa in più di una ventina di singoli e, non ultimo, ha prodotto pedali personalizzati per molte band; tra queste Wilco, Nine Inch Nails e U2. Ma soprattutto ha lasciato il segno con le sue performance live, non di rado descritte come «le più rumorose che potrete mai ascoltare nella vostra vita».

«Il fatto è che, quando suoniamo, non sappiamo mai cosa succederà dal vivo. Mi piace molto che nella band non ci sia mai paura di creare qualcosa di completamente nuovo ogni volta che saliamo sul palco, non c’è un pezzo che suoni due volte allo stesso modo. E per me tutto questo è un grandissimo divertimento».

A Place To Bury Strangers

A parlare stavolta è Sandra Fedowitz, batterista recentemente subentrata in formazione insieme al marito John Fedowitz al basso. Credo siano vere solo in parte. Gli spettatori invitati a suonare una chitarra, poi spaccata sul palco dopo nemmeno dieci minuti dall’inizio del live; la macchina del fumo puntata sul pubblico; la band che scende al centro della sala in un delirio noise, con Sandra a incalzare sul timpano e a guidare una jam pagana; un sabba con il pubblico in trance a danzare seguendo le evoluzioni rumoristiche della voce di Ackermann. Guardandolo da vicino, sembra far parte di un copione consolidato, ma non per questo meno efficace in termini di impatto.

I pezzi sono muri di suono, compressi. 12 canzoni che potrei paragonare a flussi di coscienza, in cui ogni censura sia stata messa da parte. Noise, hardcore e post-punk vomitato direttamente dal Lower East Side. Suono senza mezze misure, suono che non conosce le buone maniere; suono che porta con sé la puzza di piscio dei cessi del CBGB, come nel caso di ’Leaving Tomorrow’. Suono che, in altri casi, vedi ‘Lost Feeling’, acquista solennità, maestosità, imponenza, con arpeggi di chitarra appena più aperti e morbidi.

Ma dura poco, perché ‘Hold On Tight’ torna a essere una cavalcata furiosa a velocità ultrasonica, con Ackermann che quasi si lancia tra le prime fike. ‘Change Your God’, uno degli ultimi quattro singoli datati 2024, porta con sé echi post-punk e krautrock, ma compressi e spinti all’estremo. Del sabba tra il pubblico durante ‘Bad Idea’ abbiamo già detto. C’è il tempo per assistere al sacrificio di una seconda chitarra, con il corpo tagliato nel senso della lunghezza, e impiccata su un altare qual è diventato stasera il palco del Monk. Si finisce con il “solito” timpano di Sandra Fedowtiz a martellare, tra esplosioni e sirene impazzite e un’orgia di amplificatori lanciati e spostati da Ackermann sulla coda di ‘Have You Never Been In Love’.

Sonorità chitarristiche che sono rasoiate di spada laser, basso e batteria tellurici, in questo delirio di decibel si individuano, tuttavia, ordine e direzioni ben precise. Un’intenzione che viene rispettata e, con essa, soluzioni armoniche e melodie tutt’altro che banali, sebbene si perdano un po’ nel volume esagerato che pone gli A Place To Bury Strangers sul podio dei concerti a più alto volume mai ascoltati, accanto ai Living Colour e ai Dinosaur Jr.

E forse per associazione con J Mascis e la sua grande passione per il golf, l’ultima immagine che prende forma nella mia mente è quella di Ackermann e dei coniugi Fedowitz su un 24 buche, in riva a un laghetto, nella quiete di verdi colline rotta solo dal cinguettio degli uccellini. La sala si svuota, l’affluenza è stata più che buona, l’aria è quella calda della primavera avanzata e profuma di pace. Ecco a cosa serve il rock and roll.

Roma, 11 aprile 2024   

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