Alla ricerca del sound perfetto: The Raveonettes live a Bologna

La band danese The Raveonettes è tornata a suonare in Italia per presentare il nuovo album Pe’ahi al Covo Club di Bologna.

Le canzoni di Sune Rose Wagner e Sharin Foo parlano di Killer In The Streets, Dead Sound, Hell Below.
Quale serata più appropriata di Halloween per festeggiare con questi autentici “mostri”  noise pop in una serata all’insegna di balli e distorsioni?
La Sala Nera del Covo è piena di fan,  arrivati come di consuetudine da ogni parte d’Italia. Tra il pubblico fa capolino qualche strega, “Lupi Mannari Erasmus A Bologna” e perfino un’incelofanatissima Laura Palmer e Agente Dale direttamente da Twin Peaks.

Ad aprire le danze sono i Dade Ciy Days, un trio darkwave autoctono tecnicamente molto capace ma smaccatamente derivativo. Suoni e attitudine durante il live ricordano alla lontana Placebo e i primi Verdena senza condividerne carisma e verve.
Il momento che ha destato più attenzione durante la loro breve esibizione è stata l’operazione di ripescaggio di una piccola gemma degli Anni ’80: parliamo di Tenax, brano pennato da un giovane Enrico Ruggeri per essere affidato alla meteora new wave Diana Est, autentico culto dell’Era Ricordi presa a riferimento molto recentemente anche da chanteuse lo-psych come Geneva Jacuzzi.

Terminata l’esibizione del gruppo di Bologna si accendono le luci nella stanza, lasciando spazio al pre-ascolto.
La sala inizia a riempirsi quando la musica si interrompe bruscamente, come per errore, proprio nello stesso istante in cui si spegne l’illuminazione. Scattano istintivamente gli applausi, forse indirizzati ad un ipotizzato inconveniente tecnico, ma la stanza inizia ad essere invasa della nebbia della macchina del fumo e presto bagliori fosforescenti e effetti luce intermittenti accompagnano l’ingresso dei Raveonettes sul palco, incarnando da subito il mood della serata: un concerto talmente figo da sembrare un videoclip da vivere in prima persona, un’esperienza talmente potente, perfetta ed emozionante da costringerci a sacrificare ogni dubbio o suo calcolo percentuale sulla quantità di playback presente nello spettacolo imbastito da Sune Rose & Co.

Il cantante Sune Rose è conosciuto per una cura maniacale di ogni dettaglio legato a suoni e immagini della band, quasi fosse una versione indie e aggiornata di Phil Spector.  La dolce creatura dell’ideatore del “Muro del Suono” The Ronettes è diventata per Sune Rose un esplicito tributo d’amore a partire dal nome scelto per la sua band. Il controllo dell’immagine, la potenza di batteria e chitarre, la pulizia degli arpeggi di chitarra ed ogni altro particolare scenico devono concorrere, anche sul versante live, a impreziosire il culto di una band che si serve del’iconografia post-punk e rockabilly per servire un sound che si ispira in modo abbastanza palese a band come Ride, Slowdive, ma soprattutto The Jesus And May Chain, issando come bandiere di garage e camerette fantasma i poster di The Everly Brothers e Velvet Underground, affidando alla cantante Sharin Foo la parte di un’intramontabile Nico. Questa miscela esplosiva di delizie sonore per intenditori snob ha contribuito a forgiare un suono di contro unico e facilmente riconoscibile in tutte le produzioni targate Sune Rose , ineludibile come gocce di Burberry Prorsum sulla pelle di una giovane modella londinese all’ascolto degli ultimi Surfer Blood, CrocodilesDum Dum Girls.

Il mio impatto con la band nel 2005 è stato folgorante. Sune Rose aveva parte attiva nell’organizzazione della storica edizione del Frequenze Disturbate di Urbino, promuoveva nuovi talenti come i Sons & Daughters e riportava in auge un artista del calibro di Ian McCulloch. A qui tempi quel piccolo gioiellino sophomore di “Pretty in Black” (Columbia Records, 2005), appariva come un’autentico bottino di sole hit, apparendo sovente a fianco delle consolle dei selettori di musica indie pronto a salvare situazioni musicalmente imbarazzanti in qualsiasi momento. Di quel concerto mi ricordo la carica, la presenza, l’energia, la scelta inusitata di esibirsi in quattro disposti parallelamente sul fronte del palco, l’ingenuo tentativo di manipolazione collettiva un po’ naif  e sorniona insinuando che Ronnie Spector stesse cantando in mezzo alla folla mentre partiva il playback in Ode To L.A.

Per una band così stereotipata era difficile proseguire a creare album di sole canzoni indie rock in Si Maggiore per una vita. I Raveonettes hanno cercato di aggiornarsi nel corso del tempo puntando soprattutto sulla ricerca maniacale del sound perfetto, ignorando il fatto che per mantenere vigile l’attenzione e la presa sulle canzoni bisognava affidarsi anche al lato più viscerale e suggestivo del rock, in grado di parlare a desideri e ormoni e fare sognare ragazzi e ragazze ad occhi aperti. Il sottile stato catartico si è invece prolungato incontrando lungo il percorso nuove atmosfere shoegaze e batterie elettroniche, riflettendo lato live la nuova direzione delle produzioni suonate interamente da Sune Rose, con Sharin Foo relegata ancora al ruolo di bambolina e l’operatore di turno pronto a mixare al volo basi e loop di batteria alternandosi fra laptop e lettore CDJ.

Una ventata di freschezza arriva inaspettatamente dal nuovo album Pe’ahi (The Beat Dies, 2014) che sembra risvegliae i Raveonettes con una nuova stilettata di energia dritta al cuore. L’ultimo lavoro torna a suggestionare con nuovi elementi trovano equilibrio tra un sound shoegaze sufficientemente aggiornato, una beffarda carica post-punk, campionamenti etereii e interferenze brillantemente dosate, regalando agli ascoltatori il piacere di consumare ad libitum un autentico gioiellino di gemme noise pop. Il live al Covo Club di Bologna è stata una piacevole cartina tornasole, riflettendo come una glitter ball il lato migliore di una band nuovamente ispirata e al top della forma. Durante lo spettacolo gli arpeggi di Sune Rose raggiungono un livello di perfezione quasi robotica, inseguendo tra i frame creati da fumo e luci intermittenti arpeggi di chitarra lisergici in grado sostenere con precisione chirurgica la struttura di ogni brano. La partner in crime Sharin Foo si alterna tra basso e chitarra azzardando perfino un assolo. La sorpresa è che – forse aiutata dal playback – ci riesce perfino benissimo, mentre finalmente un vero batterista riesce a concretizzare il sogno di buon compromesso tra rock’n’roll e la febbre da italo disco innestando parti di una tradizionale batteria con loop e pad elettronici.

I brani dell’ultimo repertorio si susseguono senza sosta con assoluta precisione e violenza, quasi servendosi dell’immaginario stiletto fosforescente che domina la grafica di nuovo album e merchandise.  Le “Sorelle” Killer in the Streets e Kill danzano al centro di un’autentica orgia di beat all’inseguimento di languidissime melodie. Il momento più alto rimane però una scatenata esecuzione del classico Love In A Trash Can, dimostrando come i classici di Pretty In Black siano ancora gli unici in grado di dare fuoco alle prime file azzerando in tre minuti incandescenti ogni tipo di distanza spaziotemporale.

In perfetto stile Velvet Underground i Raveonettes snocciolano i brani della serata cantano di droghe, omicidi, sesso e relazioni complicate. Al termine dell’esibizione i pupilli di David Fricke si allontanano dal palco voltando le spalle alla prospettiva di un encore. Il resto della serata è stato affidato alle ottime musiche dei DJ del Covo, tra cui hanno spiccato Arturo Compagnoni di Rumore e Andrea Guagneli, batterista del gruppo noise pop Brothers In Law, dandoci l’occasione di rivendicare anche a concerto finito il motto inossidabile della band: ladies and gentlemen…“Rave on!”.

Mark Zonda

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Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

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