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Trent’anni di ‘Psychocandy ‘: The Jesus and Mary Chain live a Ferrara

Ci sono quei giorni speciali, quei giorni indimenticabili, quei gior… no dai, basta già la pubblicità della Sammontana.

Però una cosa sì, la domenica spesso l’ho odiata: iniezione di anonimità umorale e riposi quasi forzati; ma è proprio per tale motivo che non poteva esserci giorno più azzeccato di questo per assistere a un live del genere, un concerto che ha avuto veramente dell’incredibile, dello straniante, del personalmente delirante.

Il live dei The Jesus And Mary Chain al Ferrara sotto le stelle, in Piazza Castello a 23 anni dalla loro ultima data italiana (30 Aprile 1992 al City Square di Milano), in occasione del trentennale di uno dei dischi che ha cambiato la vita a tante persone (me compreso), quella gemma di Psychocandy.
Serata bellissima in una afosa Ferrara, ma nell’aria, oltre al “gran caldo”, anche forti aspettative dai uno dei gruppi che ha rivoluzionato il concetto di pop nella storia della musica, integrando la dolcezza della melodia a sonorità distorte, minimali, violente. Arroganti, strafottenti, nevrotici, apatici, selvaggi, provocatori: tanti aggettivi per descrivere una grande band, altrettanti per etichettarla. Un mix di tutto, semplicemente incomparabili.

Nell’attesa, ecco salire sul palco Giulio Frausin, alias The Sleeping Tree, cantautore folk friulano da un paio d’anni sotto l’etichetta La Tempesta International, spin off internazionale de La Tempesta (“you don’t say?”). Buona impressione, voce coinvolgente, rilassanti melodie, un atmosfera musicale quasi all’opposto di ciò che succederà di lì a poco, ma piacevole inizio.

Poco tempo, e, sfiorando di poco la puntualità, eccoli sul palco.
Attaccano con “April Skies” dal loro secondo (fantastico) album Darklands, seguendo con la martellante “Head On” e la delirante e gasante “Blues From A Gun”, entrambi estratti da Automatic, terzo disco. A seguire il singolone “Some Candy Talking”, “Psychocandy” (b-side del pezzo precedente), la soave “Up too high”, la dark “Nine million rainy days”, la frenetica “Reverence” e “Upside Down”, pezzo che fece da knock knock prepotente alla porta del mondo della musica.

Quel mondo della musica da cui non uscirono più, diventando un nome da storia, e tutto grazie all’album che, dopo un minuto di pausa, hanno riportato integralmente e magistralmente sul palco: Psychocandy.
Dall’attacco di “Just Like Honey” tutto il pubblico entra nel mondo dei Jesus, onirica dolcezza nevrotica. I momenti mentali passati con “Taste the Floor”, “Inside Me”, “Taste of Cindy”, “Something’s Wrong” rimarranno fissi dentro di me per sempre, un viaggio all’insegna della pura estasi nevrotica. Chi fermo, chi dentro un flipper, chi oscillante, chi sereno, ma tutto il pubblico era ipnotizzato da queste gelide mazzate per niente velate, tutti in balia del gruppo, sulla perversa chitarra di William Reid e sulla svogliata solennità Jim Reid.

A parte un paio di ritmiche un po’ incerte, un attacco sbagliato e ripartito, e volumi un po’ troppo bassi per un live di questa portata mentale, sono stati comunque 80 minuti totali straordinari, toccanti, esaltanti, eccezionali.
Sempre presenti-non presenti, mai scomposti, delle pure droghe umane.

Un giorno speciale, un giorno incancellabile, un giorno indimen… no. Nessuna pubblicità, pura realtà, pura meraviglia. Grazie.

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