La coppia d’oro dell’indie americano: The Black Keys live a Roma

Nuovo appuntamento per il PostePay Rock in Roma: dagli Stati Uniti, per il loro tour europeo, arrivano a Roma The Black Keys, forti del successo del loro ultimo album Turn Blue.

Arriviamo abbastanza presto, l’atmosfera è rilassata e c’è ancora poca gente: non si respira l’aria da grande evento, malgrado sia la “prima romana” del duo Auerbach/Carney.
Dopo le grandi polemiche nate all’indomani del concerto dei Metallica, notiamo qualche sforzo organizzativo in più per cercare di migliorare la situazione, cosa che peraltro risulta difficile considerando che quest’anno le carenze organizzative e la logistica scriteriata dovrebbero essere supportate da interventi soprannaturali per renderle quantomeno accettabili.
Su questo, comunque, si è già detto tanto nei giorni scorsi e non è il caso di dilungarsi nuovamente in questi discorsi.
Torniamo a noi.

Primi fedelissimi già sotto palco nel tardo pomeriggio, altri arrivano alla spicciolata tra un panino e una birra e son già pronti per il gruppo d’apertura.
Gli italiani Montecarlo Fire fanno il loro ingresso quando buona parte del pubblico sta ancora percorrendo la mezza maratona che li separa dall’ingresso alla zona palco, ma trovano tra i presenti qualche fedele sostenitore, che applaude, salta e canta le loro canzoni.
Una mezz’ora che resterà sicuramente ricordo indelebile nelle loro menti, un po’ meno nelle nostre.
Svolgono il loro compitino in maniera pulita, ma niente che possa farci ricordare che c’erano anche loro.

Cambio palco che si dilunga un po’ sui tempi previsti, complice anche il fatto che viene montato un imponente impianto luci supplementari che farà da contorno alla band (regalando per tutto il concerto uno spettacolo di luci e visual sullo sfondo).
Nel frattempo l’afflusso di gente è notevolmente aumentato, con gli ultimi che arriveranno correndo e trafelati quando i nostri hanno già lanciato Dead and Gone.
Si va ancora più indietro nel tempo con Next Girl, poi di nuovo avanti con Run Right Back.
Supportati da tre elementi per il live rigorosamente piazzati verso il fondo palco, Auerbach e Carney, in faccia al loro pubblico, continuano il viaggio tra i loro pezzi passando, tra gli altri, per Strange Desire, Money Maker e arrivano all’ultimo Turn Blue.
Pubblico attento, che canta e balla, che segue attentamente ogni mossa di Auerbach e si esalta ad ogni escursione stilistica di Carney.

A dirla tutta però, anche qui, forse era lecito aspettarsi di più.
Per carità, grinta, tecnica e buoni pezzi non son mancati.
Ma anche ieri, come per altri gruppi, si è sentita l’assenza di quel quid che ha fatto la fortuna di gruppi storici.
Si è andati avanti lo stesso, in ogni caso, e sono arrivate Nova Baby, She’s Long Gone.
E’ con Tighten Up che i The Black Keys ci portano fino all’attesa Fever, cantata ad una sola voce dal pubblico in piena estasi.
Pausa.
Bis con il cavallo di battaglia Little Black Submarine.
Saluti.
E mi dico, non è possibile che si ripeta la storia già vista all’esibizione dei Queens of The Stone Age: 75 minuti e tutti a casa?
Solo 75 minuti?

Da questo punto di vista, qualcosa non mi torna e non mi tornerà mai, ma tant’è.
Ci si vede alla prossima.
Sì, perché la prossima, visto che ancora non lo sapete, sarà a Milano: unica data invernale, il 17 febbraio 2015.

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