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Sfuriate sonore e riff ostinati: Radio Moscow live a Roma

Tornano all’INIT, dopo essere stati ospiti del live club romano solo il giugno dello scorso anno, i Radio Moscow, trio dell’Iowa con 5 dischi all’attivo, l’ultimo dei quali, Magical Dirt, edito nel 2014.

Cosa mi aspetto da questo live? Non molto, o forse tantissimo: certamente una perizia sanguigna e una chirurgia dell’istinto attuate a mezzo di una calda ondata di suoni Orange, in cui ci si può immergere per ritrovare l’habitat di uno psych rock smaccatamente vintage, che prevalentemente e diligentemente ritesse le fila lasciate appese dal blues rock di matrice hendrixiana, un’eredità di un peso specifico inenarrabile, con apprezzabili escursioni nel blues e (sparute) spruzzatine di stoner.

Ed eccomi servita. Lo show inizia senza troppi fronzoli quando, poco dopo le 23:00, Parker Griggs (chitarrista e cantante, unico membro della formazione originale), Anthony Meier (bassista californiano, unitosi alla band nel 2013) e Paul Marrone (batterista, anch’egli annesso al trio nel 2013), senza essere stati introdotti da alcuna opening band, si palesano sul palco allestito in stile minimal: muro di ampli rigorosamente Orange, una Ludwig con set da sopravvivenza, basso Rickenbacker (al quale mi sembra di intravedere collegato un overdrive Tube Screamer, dall’inconfondibile colore verde e pulsantone quadrato al centro) e Stratocaster sunburst (ma c’erano dubbi?).

Il brano di apertura è Death of a Queen, da Magical Dirt. L’atmosfera che si respira è rustica (non foss’altro per l’outfit di Parker, caratterizzato da gilet di camoscio e scarpine di nappa indianine, credo riesumate direttamente dal ’74) e molto rilassata: si vede perfettamente che quel che importa al trio è null’altro che servirci in vena uno show face melting in perfetto stile retro movement, giusta e doverosa punizione per trovarci nel 2015, il tempo sbagliato. Arriva Broke Down (da Brain Cycles), esempio di quel leggero sapore stoner immediatamente soverchiato dagli stilemi del blues rock: peccato. Peccato, perché la contaminazione qui è davvero poca e la purezza di genere è quasi anacronistica: punto di forza e allo stesso tempo punto debole della formazione dell’Iowa.

Il concerto, tuttavia, è più che godibile e prosegue con quella trascinante cavalcata country blues che è Rancho Tehama Airport, apprezzabilissimo episodio tratto dall’ultimo lavoro della band. Una grande sfuriata di leva floyd rose introduce I Just Don’t Know (da Brain Cycles) e i tre non mancano ancora una volta di darci dentro: il basso solido e presentissimo (nonostante le ripetute sorsate di whisky ingollate da Meier), la macchina portante nelle retrovie, l’imperscrutabile picchiatore nascosto dietro pelli, piatti e capelli, e il sempre sorridente Parker, che diligentemente accorda tra un pezzo e un altro la chitarra (perché va bene il rock ‘n roll, ma le chitarre scordate sono inammissibili), chitarra che, di contro, non esita a stuprare con una velocità e una destrezza che lasciano a bocca aperta e una dedizione da serial killer.

È il momento di riprendere fiato e il compito viene affidato a 250 Miles, un bellissimo blues con una intro raccolta, che finalmente lascia spazio alle liriche (“Don’t open my door to the outside world, Don’t open my door, the cold outside world”) e alla melodia riuscendo ad emozionare e coinvolgere il pubblico, che tenta un clapping di partecipazione. Seguono Gipsy Fast Woman (cover di un brano dei Brain Police, inserita in Magical Dirt) e Before Burns, con un lunghissimo intermezzo psichedelico che a sorpresa si tinge di venature orientaleggianti. Degno di nota è Deep Blue Sea (da Radio Moscow, prima release della band), un delta blues sanguigno con uno slow tempo da sudori freddi.

Mistreating Queen (da Radio Moscow) e Open Your Eyes (da The Great Escape of Leslie Magnafuzz, release del 2011) ci traghettano al termine del live set, un’ora e mezza scarsa di musica senza molte sorprese per un pubblico travolto e lasciato in apnea dalla presentazione di tutto l’armamentario del rock di fine anni ’60/inizio ‘70: sfuriate di riff ostinati, giri armonici da manuale, obbligati con sfoggio di fill di batteria, prevalenza delle parti strumentali sulle parti cantate, assoli che si snodano lungamente fino a perdersi, suoni che galleggiano in oceani di riverbero, fino al bmp dei brani che non sembra variare di molto.

C’è spazio, però, anche per un piccolo bis: These Days e No Good Woman, brano nel corso del quale assistiamo anche un fuggevole ma incisivo assolo di batteria. “I’m getting so tired of waiting on you” canta Parker, e devo dire che anch’io mi sento piuttosto stanca e prontamente mi avvio verso casa, ancora incerta e stordita per lo spaesamento temporale causato dalla performance dei Radio Moscow.

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