Il piccolo culto dell’hard rock: Pontiak live a Bologna

Pontiak e Crocodiles si sono esibiti live il 24 ottobre al Covo Club di Bologna, per una serata che ha unito due tipi di pubblico accomunati soprattutto dalla fame di buona musica dal vivo.
Da un universo molto lontano, fatto di ascolti imposti da un ferreo regime videofonico a base di Enrique Iglesias e Marlon Roudette, tutto quello che potrebbe essere recepito da un radar puntato su San Donato potrebbe essere equiparato ad un omogeneo e indistinto rumore di fondo.
Scostando il sipario per sbirciare più attentamente quel patrimonio circense sdoganato genericamente come “rock”, gli abitanti del “Pianeta Radio” entrerebbero in contatto con diverse nicchie, aggregate da un amore talmente grande per le lor band di culto da rendere difficilmente accettabile, o arduamente  tollerabile, perfino l’idea di accostare sulla stessa locandina il nome di band appartenenti a sottogeneri diversi.
Le cose non migliorano se dal “rock” proviamo a  zoommare verso quella categoria indefinita/definita come “indie”, l’equivalente di uno scatolone con alcuni vinili abbandonati nell’angolo di uno degli ultimi negozi di dischi delle nostre città.
A superare queste micro-barriere ci pensano Pontiak e Crocodiles, condividendo a Bologna lo stesso camerino e superando pregiudizi dettati dal modo di vivere la musica e di affrontare un live, palesando una vera e propria mutazione di pubblico a cavallo delle loro esibizioni.

I fratelli Pontiak sono diventati nel corso del tempo un piccolo culto tra gli amanti di musica hard rock e stoner.
In attività da ormai dieci anni, il loro rock neo-psichedelico è un granitico punto di riferimento per coloro che sono attirati dal lato più macista del rock, fatto di muscoli e sudore durante il live con artisti-sciamani che fungono da tramite tra fan e il Grande Spirito del Rock.
Il sacro accostamento diventa quasi tangibile quando il trio chitarra-basso-batteria vede come protagonisti tre fratelli nati in Virginia esibirsi con lo stesso look, formando una versione da marciapiede della Santa Trinità e rendendo la percentuale di sudore erogata l’unico tratto distinguibile tra i loro volti barbuti.
Chissà se Russell T. Davies ha preso spunto da un’esibizione dei Pontiak per scrivere l’episodio di Doctor Who “The End Of Time”: nel finale della serie The Master trasforma tutti gli abitanti della terra in copie di sé stesso.
Speriamo che la prossima volta abbia il buon gusto di rigenerarsi con le sembianze di Sufjan Stevens.
Il rock dei Pontiak è molto preciso e disciplinato, energico e soggetto a variazioni di tempo e di mood, plasmando l’atmosfera dello show in modo repentino e ipnotico, quasi come il fluire dei frame di un caleidoscopio.
I tecnicismi e i collaudatissimi stilemi dell’hard rock hanno quindi il pregio di apparire trame del tutto naturali nell’arco del live.
Van Carney, grande estimatore della birra locale, sembra intrappolato a metà di una trasmutazione metamorfica e  lupesca, incitando band e seguaci e lasciandosi sporadicamente andare a improvvisi ululati  ancestrali, risvegliando così lo spirito di mostri dormienti del rock targato ’70 imbrigliandoli in un’amalgama di riff di chitarra e distorsioni da antologia Penny Black.
Pregevole la versatilità con cui la band sembra riuscire a dare il meglio di sé nelle ballate, riuscendo a fare rivivere le atmosfere leggendarie di eroi del passato del calibro di EaglesThe Silver Bullet Band.

Approccio diverso e più caciaron-proletario quello dei californiani Crocodiles, che tra Rolling Stones e Plastic Bertrand hanno trascinato tutto il pubblico del Covo sul palco, abbattendo ogni tipo di confine tra artista e convenuti in una orgasmica esplosione di pura gioia.
La serratissima produzione in studio della band noise pop di San Diego non ha mai dato adito a perplessità, soprattutto in luce dell’ultimo lavoro prodotto dal “Raveonetto” Sune Rose Wagner.
Bisogna invece porre l’accento su come tecnicamente la band sia riuscita a progredire e migliorare nel corso del tempo in qualità dei suoni e resa live del repertorio.
Carismatici, smaccatamente pop nel loro modo di porsi, attenti al look, abrasivi, sicuri di un repertorio in grado di rapire il pubblico con una pletora di inni urbani trascinanti e di appeal, i Crocodiles hanno regalato ai fan tutto quello che avrebbero potuto desiderare da un live, inclusa una massiccia dose di cazzoneria e ignoranza che l’insostituibile atmosfera del Covo ha ampliato grazie alle sue sfumature dark da club newyorkese, calzando perfettamente l’idea di post-punk revival incarnata dalla band.

Parlando di immagine e attitudine c’è da sottolineare come Charles Rowell sia diventato il mio nuovo guitar hero di riferimento. Metamorfosi da postmoderna macchietta rockabilly in salsa MTV, doppia cravatta lasciata aperta tra giacchetta e t-shirt, movimenti iperfluidi della Fender fatta danzare a comando tra distorsioni taglienti e dilatate, il chitarrista dei Crocodile raggiunge l’apoteosi della cialtroneria stappandosi una birretta per fare scintillare di schiuma le note dell’assolo utilizzando la lattina come slide sulle corde.

Le cover di un’orgiastica (I Can’t Get No) Satisfection e i falsetti della blilinguista Ça Plane Pour Moi – due brani incredibilmente rappresentativi dello spirito della band – hanno visto l’amico Emiliano salire sullo stage per un duetto che ha innescato una irrefrenabile “invasione di palco”  delle prime file del pubblico.
Un selfie perfetto in grado di rappresentare in modo sfuocato e fluorescente il ricordo di una serata intensa ed entusiasmante.

Non so se il concerto di Pontiak e Crocodiles  abbia potuto contribuire a far cambiare l’idea sull’indie-rock, su quel mondo fatto di suoni patinati e omologati.
Dalla nostra nicchia, con le nostre piccole diatribe da bar sport e prese di posizione indie-posh, possiamo ritenerci fortunati di avere vissuto una serata speciale.
Che per una notte ci ha fatto sentire sporchi, rumorosi, speciali a nostra volta e che ci ha regalato un sorriso in grado in illuminare una galassia intera.

 

Mark Zonda

Mark Zonda

view all posts

Mark Zonda debutta come editor musicale nel 2003 per Ephebia arrivando in breve tempo ad intervistare artisti del calibro di Emiliana Torrini e i Cardigans, non mancando di curare diversi live reports su è giù per l'Italico Stivale. Cercando una voce indipendente gestisce nel tempo i blog 7Sunday5, SleepWalKing (curandone anche un podcast in Inglese settimanale) gestendo un gruppo di scrittori musicali internazionale e Loft80, prima di iniziare la sua collaborazione con Oca Nera Rock. Mark fa inoltre parte di un progetto musicale indie pop chiamato Tiny Tide ed uno più cantautorale a nome Zondini Et Les Monochrome, con il quale è stato candidato al Premio Tenco nel 2013. Nel 2009 fonda l'etichetta KinGem Records. Mark lavora come copywriter e ha pubblicato il romanzo breve "Dodici Venticinque".

0 Comments

Join the Conversation →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.