Oca Nera Rock

Turn ON Music

Gazebo - Penguins

Un punk estetico: Gazebo Penguins live a Roma

 

I Gazebo Penguins non hanno bisogno di presentazioni.

Ma io, per quei pochi che ancora non li conoscono o che li snobbano, ve li racconto lo stesso.
Inizio col dire che anch’io, meno di un anno fa, ascoltando ‘Legna’ e ‘Raudo’ pensavo: “Ma non si capisce un cazzo, ma che è? Screamo hipster?”
Venendo da una sommaria tradizione di hardcore punk da centri sociali e pop punk adolescenziale non riuscivo a capire come mai questa massa di persone che normalmente la vedi accatastata al festival indie-minchia, apprezzassero questi tre campagnoli con le chitarre più alte della voce.
Ma poi, più mi capitava di ascoltarli e cercare di capire le parole… più ci trovavo qualcosa di incredibile.
Qualcosa che solo Guccini mi aveva stimolato: io la “poetica di tutto”.

Avete presente quelle canzoni del maestrone che ti racconta una cosa insignificante, un aneddoto, un grande avvenimento…o una tazzina di caffè la domenica mattina? Ecco.
La bravura di Hemingway di raccontarti tutto, quasi senza essere presente.
Una foto. Un ricordo.
Tramite i social network poi ho iniziato a seguire le peripezie di Capra, il chitarrista.
E lì ho capito tutto.
E’ tutto vero.

Ho percepito, per una delle rare volte quando si parla di nuova musica italiana, la sincerità (che secondo me è l’attitudine che contraddistingue alla fine tutti i miei gruppi preferiti).
Capra di mestiere fa il fornaio, scrive di musica con piglio coscienzioso, ha una figlia e un’ironia incredibile.
E’ social, ma con quel piglio da bar periferia.
Instagramarre le gioie della vita quotidiana.
Niente foto di aperitivi, ma di galline.
E’ stato amore.
Ho iniziato ad ascoltare tutto quello che trovavo dei Gazebo Penguins e le canzoni mi sono risultate chiare.
Era punk, certo. Ma più che politico, era punk estetico.

Brevi istantanee a volte con strofe di poche righe sull’abbandono, sulla malinconia, sul lavoro.
Piccoli dolori personali che però appartengono a tutti.
E dato che io seguo quella corrente di analisi dell’Opera che accomuna l’estetica e l’etica…li ho amati fino al perdere la voce.

Ci si vede all’Init perchè il concerto era previsto in un nuovo spazio all’aperto, presso il parco di Centocelle, ma il tempo non prometteva bene.
Ad aprire il concerto, ormai delle “cariatidi” della musica indipendente a Roma: i Granada Circus.
Propongono un massiccio dance rock di stampo inglese con fraseggi ossessivi e psichedelici, intrusioni di pad elettronci e canzoni in italiano cantate da una voce squillante e intonata da hit parade.
Ci salutano e i Gazebo, dopo una lunga introduzione in reverse e loop, ci appiccicano al muro con Il tram delle 6.
Continua dopo ben 92 date no-stop il loro tour, questa volta anche con l’ausilio di una chitarra in più che dona al tutto un suono ancora più potente.
Sono sgolati e trascinanti, alternando muro di suono con arpeggi più emocore.
Il pogo è scatenato.
Ed è una cascata di hit che lasciano senza fiato e col dolore ai muscoli:
Difetto, che scatena subito un coro straziante e sentitissimo.
E’ finito il caffè, piccola riflessione su quando finisce una relazione e i piccoli gesti che mancano diventano enormi vuoti.
Riposa in piedi, dal loro split con Jhonny Mox, è una coltellata dritta nel cuore.
Troppo facile è una samba distruttiva e scatenata, dove fraseggi si rincorrono con terze e quinte.

E non stonano rispetto all’ambiente pestone.
Anzi, una sfisata quasi psichedelica di echi ed effettistica da chitarra che non avevo mai sentito mai da parte di nessun gruppo.
Sono un incidente stradale tra bravi musicisti che non si vergognano di suonare punk ed esistenzialisti appassionati di repentini cambi di mood e tempi.
Mio nonno, tra feedback e chitarroni che sviscera in tre minuti la generazionalità dell’impegno politico.
Credo, ma non ne sono sicuro, abbiano suonato anche
Ci mancherà, ma onestamente in quel casino e quel fomento, non ho capito.
Con ‘
Ogni scelta è in perdita’, una sorta di “si chiude una porta ma col cazzo che si apre sto portone” di matrice CCCP ma dal sono più rozzo e analogico, scatta lo stage diving.

Colpisce molto la compattezza e la “digeribilità” del suono nonostante la crudezza e le saturazioni senza scampo.
In occasione di questo concerto, dicono dal palco i nostri sudatissimi beniamini, dato che per loro 8 euro per venirli a sentire sono troppi, oggi ci sarà il megasconto su tutto il merchandising
.
Nevica
esplode dopo un silenzio glaciale.
Ci avviamo verso la fine con una ballad, o meglio, l’atteggiamento è quello da ballad: ‘
Correggio’ è la versione disillusa e cinica di una hit dei TARM.

E poi la hit delle hit, la canzone perfetta in assoluto, ‘Senza di te’: una canzone che può essere, alla bisogna, dedicata ad una donna andata via ma anche ad un animale domestico.
Detta così sembra male, ma voi immaginate il dolore e la carambola poetica che può scatenarsi sapendo che puoi interpretare “ho ritrovato quel disegno in cui dormivi stesa al sole dentro la cesta delle robe inutili” oppure la stessa frase in cui era il tuo silenzioso compagno di vita che dormiva nella cesta ed il disegno li ritraeva entrambi? Io ho pianto.
Forse non è nemmeno così, la canzone.
Ma con tutti quei chitarroni catartici e da titoli di coda, nessuno oserà mai dire il contrario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.