Energia e spontaneità: Eluveitie live a Ciampino (RM)

Il viaggio in auto da Albano Laziale a Ciampino normalmente è molto breve: una 20ina di minuti, qualche semaforo rosso e la solita vecchina che attraversa la strada e rimane in carreggiata almeno 3 minuti. Mercoledì 11 febbraio 2015, invece, questo viaggio mi ha trasportato in un’altra epoca: l’Orion Live Club si ergeva difronte a me come un tempio fatto di tronchi e fronde, dedicato a divinità ancestrali.

Perdonate la troppa ‘epicità’ di questo cappello, ma come si può iniziare il live report di due tra le più rappresentative folk metal band odierne, se non raccontando le gesta di un eroe che, sul suo cavallo meccanico, percorre ben 10 kilometri per recarsi in un tempio per assistere alla celebrazione degli dei e partecipare, giù nell’arena, alla lotta nel wall of death?
Purtroppo, e questa è una brutta costante dei live romani, il tempio era pieno per meno di metà e i giovani guerrieri nel wall of death avranno avuto, in media, tra i 17 e i 25 anni.
Onore a loro, ovviamente, ma dove era la mia generazione?
Probabilmente a casa ad ascoltare per l’ennesima volta The number of the beast pensando che dall’83 ad oggi non sia uscito nemmeno un album.
Concentriamoci per ora sulla musica e sulla magia, le vere ed indiscusse protagoniste della serata.

Apertura di lusso a cura degli Skálmöld (si pronuncia in un modo simile a sckoooool), formazione a 6 elementi.
Questa band ha saputo disegnare negli anni i tratti di ciò che potremmo chiamare ‘new wave of folk metal’.
I riff serrati ed armonizzati hanno preso i tratti genetici dai Maiden (e ci piace), mentre le tre chitarre ed il tastierista Gunnar Ben riescono a tessere le trame più melodiche del sound.
Forse sono stati un po’ imprecisi negli stacchi più complicati, ma a giudicare dal numero di bottiglie di birra lasciate sul palco dopo la loro esibizione direi che hanno fatto il loro sporco lavoro.
Il pubblico romano li ha apprezzati e sottopalco una schiera di giovani guerrieri e gioveni sacerdotesse li incitava a cacciare dal tempio i demoni della modernità.
I circa 50 minuti dell’esibizione volano via tra urla ed assoli e le tracce tratte da Meth Vaettum o dal primo Bladur hanno emozionato e caricato il pubblico del locale.

Cambio palco di una ventina di minuti, in cui i guerrieri e le sacerdotesse hanno brindato con birra di malto non pastorizzata trangugiata da corni di drago, e cala il buio.
Si tolgono i teli che coprivano l’enorme drumset degli headliner ed eccoli, in 8 tra uomini e donne. Formazione allargata con tre chitarre, batteria, basso, violino, flauti e hurdy gurdy, oltre ad arpa cornamusa ed altri strumenti tradizionali suonati nei break dal cantante Glanzmann.
L’impatto sonoro è grande quando questo ensamble senza tempo inizia a suonare all’unisono.
Dietro le pelli un drago rosso carota pesta le bacchette come fossero clave sugli scudi dei suoi nemici, e grazie a lui e alla capacità della voce di veicolare il fomento del pubblico, il concerto ha assunto tratti epici malgrado una serie di riflessioni negative, che per ora lascio da parte.

Gli Eluveitie non perdono tempo e ci trasportano nella loro terra: Nil e Thousandfold aprono realmente le danze, e sottopalco le sacerdotesse dai capelli rossi e magliette di Burzum agitano le loro chiome, che sembrano fiamme sotto la pira eretta per un eroe caduto.
L’incrociarsi degli strumenti tradizionali, con le chitarre di Henzi e Salzmann, si fondono alle fulminee accelerazioni di stampo thrash-metal.
La voce gutturale di Glanzmann, che fino a quel momento ha saputo tenere il giogo sul pubblico ad un tratto lascia il posto alla bellezza efeba di Anna Murphy, che accennando parole in italiano dà il via alla dolce litania di The Call of the Mountains/La Voce dei Monti, il momento di certo più intenso del concerto.

Eluveitie e Skálmöld: band che di certo vale la pena seguire dal vivo per la loro energia e per la spontaneità nell’interazione col pubblico.
Nonostante questo, ho alcune riflessioni in merito alla totalità della serata.
La prima riguarda l’affluenza di pubblico: un locale mezzo vuoto non è mai un bel biglietto da visita, e forse sarebbe stato più saggio scegliere una location più piccola.
Seconda nota dolente, purtroppo, il suono.
Nel live club di Ciampino tutto è sembrato asettico: è mancata “la botta”, il volume era molto basso.
Talmente basso da poter chiacchierare tranquillamente con il compagno di pogo senza nemmeno dover alzare la voce.
Peccato, perchè per chi come me è di Roma vedere dei concerti con standard qualitativi alti significa ormai dover andare in una ex-discoteca con un palco buono per il banco di un DJ, non certo per una band metal di 8 elementi.

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