Giovanni Truppi, Roma Est e la poetica popolare

Ho sempre amato le giornate d’inverno.
Quelle in cui la tramontana spazza il cielo che ai miei occhi diventa color indaco e il sole sembra così vicino da aspettarti sulla porta di casa.
Che poi non sembra ma in inverno la terra è in perielio e per te che vivi nell’emisfero boreale il sole è più vicino.
Ho sempre amato anche la musica.
Grazie ad essa ho scoperto che non serviva qualcuno che mi aspettasse davanti alla porta di casa; il sole che mi scaldasse lo avevo dentro.
Anche per questo amo le giornate d’inverno: non ho mai sofferto il freddo, nemmeno se inibisce la secrezione della Vasopressina da parte dell’ipotalamo e della neuroipofisi della Vasopressina.
È un ormone antidiuretico secreto dall’ipotalamo e dalla neuroipofisi.
Adesso sapete perché in questi giorni di freddo e di passeggiate per mercatini natalizi, dovete spesso correre a cercare un bagno. 

E senza l’azione combinata della musica e del freddo, forse oggi racconterei una storia diversa.
Ero in un pomeriggio del gennaio 2014, in un locale dalle parti di Piazza dei Coronari e ascoltavo le esibizioni di alcuni artisti di una intraprendente e visionaria etichetta indipendente romana. Finché, spinto da impellenti necessità fisiologiche mi ritrovai davanti al bagno a far la fila insieme a un ragazzo.
Dalla porta del bagno non usciva nessuno e iniziamo a chiederci se avessimo troppo presto dato per scontato che ci fosse qualcuno dentro. Fissammo una deadline temporale di un paio di minuti e poi timidamente provammo a bussare. Il bagno era vuoto, ci mettemmo a ridere; anzi da bravi introversi, a sorridere.
Non ho presente chi entrò prima dei due, ma ricordo invece che dopo pochi minuti, una comune amica ci presentò: «Giovanni ti presento Giulio; Giulio, lui è Giovanni».
Le facemmo presente che avevamo già socializzato in una situazione di mutuo sostegno.
Qualche ora dopo seppi che di cognome si chiamava Truppi.
Qualche giorno dopo ascoltai ‘Il Mondo È Come te Lo Metti In Testa‘.

Fu una scudisciata. Da principio rimasi perplesso, anzi disorientato: non riuscivo a formarmi un’opinione su quanto stessi ascoltando.
I suoni, il missaggio, gli arrangiamenti; la metrica rivoluzionaria dei testi ora espansi, ora compressi, in barba a qualsiasi regola; la complessità travestita da semplicità, o la semplicità travestita da complessità; i contenuti.
Non ero pronto ad ascoltare un album come quello.
Riconoscevo il genio e convenivo si trattasse di un lavoro di qualità, ma era troppo avanti rispetto a dove fossi io in quel momento, e il dubbio era legato a cosa farne: amarlo alla follia o farlo sparire dal mio campo percettivo. Rimandai la decisione a tempi futuri.
Dopo qualche settimana, o qualche mese, e qualche ascolto in più, trovai la prima chiave di lettura. Giovanni Truppi, quel ragazzo timido e gentile, era un anarchico nel senso più puro del termine. Ancora non lo sapevo, ma avrei trovato conferma a questa cosa in diretta in Eurovisione su Raiuno, nove anni più tardi, nel luogo e nella situazione più antitetica al concetto di anarchia che possa esistere: la serata delle cover e dei duetti del Festival della Canzone Italiana di Sanremo.
Ma qui mi fermo perché si andrebbe a raccontare un’altra storia.

Giovanni Truppi

Quella di stasera riparte proprio da “Il Mondo È Come Te Lo Metti In Testa”, che nel 2023 ha compiuto dieci anni di vita.
Ed è festeggiato dall’artista di Napoli con un tour invernale che stasera tocca il Monk, per la prima delle due date (sold-out) previste a Roma.
Motivi strettamente personali la rendono una serata particolare e durante l’opening di Julia in the Jungle do forma a contentezza e iperattività e mi distraggo; visto da fuori sembro la palla pazza che strumpallazza* che rimbalza nella sala teatro.
Alle 21.45 è il turno di Giovanni.
Con l’immancabile canotta, stavolta di colore nero, infila senza pause i primi cinque pezzi estratti dal disco celebrato.
Lo fa mentre si alterna tra le sue due chitarre – una Stratocaster e una semiacustica che immagino di liuteria – e l’immancabile piano trasportabile di legno.
Con lui Marco Buccelli, da sempre amico, produttore e batterista

È un anarchico; se volete averne conferma andatevi ad ascoltare ‘Nessuno‘: tre minuti e mezzo di arguta invettiva antipoteri (al plurale), stasera sostenuta da una chitarra, la cui naturale saturazione (semper laudetur Vox Ac30) mi provoca i consueti brividi alla bocca dello stomaco.
E se ascolti i dettagli, ti accorgi di trovarti davanti a un gran musicista, in grado di riempire di suono ogni piccolo buco di spazio, con una chitarra e una batteria, null’altro.
Poeta rivoluzionario, accanto a un musicista che a un orecchio distratto può nascondersi dietro l’impatto dei testi e l’apparente semplicità delle canzoni, studiate e pensate in ogni singola nota e accordo.

Il Monk, stracolmo, canta con lui. Un concerto di Giovanni Truppi a Roma sancisce appartenenza.
Appartenenza a quel quadrilatero di Roma Est compreso tra Viale Palmiro Togliatti, Casilina, Prenestina e il tratto sopraelevato della Tangenziale Est.
Centocelle, Alessandrino, San Lorenzo, Pigneto, Torpignattara.
I luoghi del suo emergere artistico, i posti dove, prima del trasferimento a Bologna, potevi trovartelo avversario in una sfida a biliardino.
Roma popolare e gentrificata, in cui le botteghe bengalesi aperte h24 condividono muri perimetrali con enoteche di vini naturali che costano quanto un Barolo riserva; quella Roma di Piazza delle Gardenie, in cui bambini romani da 7 generazioni, cinesi, egiziani, tunisini, filippini, siriani, algerini, si salutano con un sano «mortaccitua» e poi si scatenano in accanite partite di calcio.
Quella dell’incredibile lago balneabile dietro l’Ex Snia e quella in cui un Borghezio qualsiasi, in cerca dozzinale consenso, fa un comizio antiimmigrati davanti alla scuola Carlo Pisacane e viene subito allontanato a schiaffoni dalle italianissime mamme. La Roma di Dante a Centocelle, in cui un giorno, senza preavviso, un presidente del Consiglio entra e chiede un tavolo per la cena. Delle vie attraversate dal contrasto tra popolare e gentrificato, ma anche dalla modernissima Metro C – che tra un anno e mezzo arriverà al Colosseo, tra dieci a Piazza Venezia e tra cinquanta al borghese e conservatore quartiere Della Vittoria.
Metro C che per i primi anni era buona solo per fare gli aperitivi da Necci, il bar di Pasolini e di “Accattone”, dove se lo scrittore e il regista tornasse oggi, si chiederebbe cosa sia andato storto.

Quella Roma dove vado meno rispetto a un tempo e non so se esista ancora, ma che stasera canta con lui, ovviamente solo le canzoni dalla scansione ritmica e metrica più semplice.
È tutto un «Daje Giova’!», «Stai andando bene Giovanni»: incitamenti che, da timido quale credo sia, sembrano imbarazzarlo e ai quali non regala troppo seguito, se non le canzoni che dieci anni fa ne confermarono il talento. Mi guardo intorno e mi accorgo che accanto a questa Roma ci sono anche giovani che avevano poco più di dieci anni all’epoca dell’uscita del disco celebrato

Poi la musica.
Di ‘Nessuno‘ ho già detto.
Poi gli accordi maggiori suonati con il pedale del forte premuto de ‘La Lotta Contro La Paura‘ che apre la performance; al cuore punk di ‘19 Gennaio‘; il fraseggio tapping della vorticosa ‘I Cinesi‘; la fisicità del suo suono e le espressioni del suo volto che lo vestono; la surreale ‘Cambio Sesso Per Un Po’‘ con il pianoforte preso direttamente dall’avanspettacolo; la disperazione, l’annichilimento, l’abbandono.

«Ora che non c’è più neanche il pensiero di te […] mi sento come quando butto una multa senza pagarla […] cosa mi rimane? Solo suonare e i rutti all’una di notte al sapore di cinese […] perché, quando scopo con te, è come essere appena nato e imparare a respirare».

Come Una Cacca Secca‘ fa salire dal cuore Piero Ciampi.

Qualcuno molto esigente avrebbe voluto ascoltare l’esatta sequenza delle canzoni così come presente sul disco. Ciò non accade, ma nella scaletta sono inserite tutti i quattordici brani che ne fanno parte, inframezzati da canzoni estratte dai suoi altri lavori.
Su tutti, l’ultimo in ordine cronologico – “Infinite Possibilità per Esseri Finiti”.

Giovanni Truppi

Proprio da questo album esegue ‘Infinite Possibilità‘, il brano forse più complesso da eseguire dal vivo, se non per difficoltà tecnica per resa sonora.
Con un attacco alla Mano Negra di ‘El Senor Matanza‘, la chitarra si sdoppia in una linea di basso e una sottostante base ritmica e armonica.
La versione di stasera sopperisce all’assenza dell’elettronica attraverso un complesso incastro ritmico tra la Stratocaster e batteria.
Il testo è una presa in carico di responsabilità, un’autoaccusa, una chiamata alle armi – verso sé stesso in primis – e l’ipotesi di una soluzione tanto surreale quanto rivoluzionaria.

I pezzi vanno in mille direzioni; dal cantautorato più classico di ‘Amarsi Come i Cani‘, al jazz con gli accordi e le melodie sospese de ‘I Pirati‘.
Il lirismo di ‘Moondrone‘ provoca occhi lucidi in più di qualcuno, ‘La Domenica‘ è un canto di vuoti a perdere e non facili da riempire.
In ‘Amici Nello Spazio‘ la quotidianità condivisa di un’amicizia apre uno squarcio su un assoluto “battiatesco”.
Ricerca, sperimenta, destruttura e ricompone.
Se solo lo avesse voluto, ‘Temporale‘ (che esegue da solo al piano) sarebbe diventata una hit da classifica, e comunque alla fine ‘Tuo Padre, Mia Madre, Lucia‘, la canzone che due anni fa lo portò in tutte le case italiane, il suo milione di visualizzazioni lo ha fatto davvero.

Canta spesso usando la seconda persona singolare e ti chiedi se non sia perché proprio sei tu il destinatario del messaggio.
È il suo modo introverso di fare la rivoluzione; senza urlare nelle piazze ma sussurrando davanti a un tavolo, a un calice di vino o a qualche libro.
Probabilmente se non avesse fatto il cantautore, avrebbe potuto essere un eccellente professore.
Di quelli per cui è meglio lavorare sulle giovani generazioni anziché tentare invano di cambiare la testa alle vecchie.
Nessun proclama, nessuno spiegone dei brani, nessun sermone urbi et orbi. Indossa semplicemente le sue canzoni come abiti tagliati su misura da mano abile di sarto; e alla fine del bis l’ultimo vestito che indossa è quello di Superman.

Ma il Monk non è d’accordo e allora torna on stage, stavolta per uno di quei bis che decidi di fare solo se il concerto va molto bene e il pubblico non accenna a lasciare la sala.
Stavolta da solo, al pianoforte, canta l’incontro di solitudini di ‘Conoscersi in Una Situazione di Difficoltà.
Poi il sogno che gli amanti non hanno il coraggio di confessarsi l’un l’altro: vedere se «due che si abbracciano strettissimi ce la fanno a scomparire».
Finisce così, con la canzone che più delle altre suonate stasera affonda le radici indietro nel tempo.
Gioia e Rivoluzione‘ degli Area accompagna l’uscita dalla sala e il mio riabbracciarmi con pezzi di vita e cuore mio.
Tutto come un tempo.
Esco dal Monk, quando sono andati via quasi tutti.
Cammino e guardo il cielo, anche io con il vestito da Superman: non ho paura di niente, nemmeno della kryptonite rossa.
Credo sia solo felicità.

Roma, 04 dicembre 2023

* Per i nati dopo il 1980: la “Palla Pazza che Strumpallazza” era una palla di caucciù con una faccia disegnata. Nel suo interno aveva una piccola sfera di metallo che ne spostava il baricentro. Questo ne determinava rimbalzi e direzioni assurde e imprevedibili. Obiettivo del gioco era afferrarla, ma si falliva quasi sempre. Si riusciva invece abbastanza spesso a finire nei Pronto Soccorso e nei reparti di radiologia.


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© Giulio Paravani

Giovanni Truppi

Julia in the Jungle

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