All’insegna del rock e della pischedelia: The Warlocks live a Brescia

Secondo appuntamento il 4 settembre alla Latteria Molloy di Brescia per la rassegna Molloy Calling, rimanendo negli Stati Uniti ma spostandoci sulla West Coast, perché è da Los Angeles che arrivano The Warlocks.
Gruppo che ha all’attivo sei album in oltre quindici anni di carriera, hanno più volte mutato pelle e formazione intorno allo storico leader, Bobby Hecksher.
Abbracciano le diverse sfaccettature dell’alternative rock, prediligendo quelle più elaborate e psichedeliche, e salgono sul palco per raccontarle senza fronzoli.

Apertura affidata agli inglesi Brahma Loka, di estrazione fortemente psichedelica anch’essi ma in modo più canonico, abbinando una voce da tradizione brit-indie. Prima parte del set più diretta con brani efficaci, seconda parte più virtuosa, la band di Manchester riesce piuttosto bene a far entrare il pubblico bresciano nel mood, tra dark-wave e passaggi che richiamano i Kula Shaker.

Formazione a cinque per The Warlocks, con basso e tre chitarre in prima linea e solo la batteria nella retroguardia. Un inizio subito tirato, andando ad attingere dai primi album con pezzi meno strutturati, più vicini a un suono rock pulito -per quanto un gruppo di questo genere possa definirsi pulito- limitando fortemente l’uso di effetti e distorsioni. ‘Song for Nico‘, ‘Bleed without you babe‘ e ‘So paranoid‘ fanno presa, con una voce che appare un po’ debole e viene a volte sovrastata dal suono deciso, ma riescono a dimostrare a fondo le proprie peculiarità.
Ed è a questo punto, proprio quando ci si sta per chiedere se ci si trovi forse di fronte a un gruppo con un certo divario tra studio e live, che i volumi si alzano, l’aria si scalda e il muro di suoni inizia ad essere costruito. Il riverbero si fa potente e il locale inizia a vibrare, le chitarre -in particolare quella di John Christian Rees– riempiono l’ambiente, levando spazio all’aria, e l’ispirazione shoegaze si fa ben sentire, con un suono marcato e non troppo etereo. Il timbro di Bobby Hecksher diventa deciso e non si mette più in secondo piano, esprimendosi con convinzione su ‘Shake the dope out‘ e ‘The dope feels good‘. Una tendenza a virare sul post-rock accompagna The Warlocks alla chiusura prima dell’encore, col palco abbandonato fisicamente dal gruppo ma riempito dal feedback. Al rientro, pezzi come ‘Hurricane heart attack‘ e ‘Red camera‘ si sviluppano tra gli effetti ormai incontrollabili, con le chitarre lasciate oscillare a mo’ di pendolo davanti alle casse, e una più cupa vena post-punk, che caratterizza l’attacco di alcuni brani prima di prendere direzioni diverse.

Una presenza scenica essenziale, che ad un certo punto risulta evidente con la richiesta di tenere accese sul palco le sole luci rosse, e un’impatto sonoro molto forte, non lasciandosi coprire dai forti riferimenti che si avvertono, The Warlocks con il loro concetto di psichedelia (parliamo di un gruppo della California degli anni 2000, una garanzia per questo genere) riescono dare al loro live una dimensione vissuta e per niente distante dal pubblico, senza comunque rinunciare alla loro anima più ispirata.

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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