A Place to Bury Strangers live a Milano: cattivi sì, ma con moderazione

Gli A Place to Bury Strangers sono frequentatori abituali dell’Italia.
La band di New York, guidata da Oliver Ackermann che delle distorsioni è un vero e proprio professionista, in qualità non solo di chitarrista ma anche di produttore di pedali per effetti, si presenta al Serraglio di Milano in data 4 novembre, con una formazione rinnovata e con grandi progetti in cantiere. Con un disco di prossima uscita, a distanza di un paio di anni dall’ultimo capitolo conosciuto “Transfixiation”, schierano alla batteria la new entry Lia Simone Braswell, che da qualche mese ha sostituito Robi Gonzalez.

La gioventù dei Baby in Vain apre la serata, con un suono orecchiabile e duro: pochi semplici accordi vengono scannati da un massiccio riverbero, alternando due voci femminili in visibile contrapposizione tra di loro. Entrambe mutuate da altri generi più nervosi, passano da brani urlati senza remore a pezzi soft cantati con più garbo. La scorza è volutamente acerba, ma i Baby in Vain fanno estremamente sul serio.

È un attacco piuttosto discreto, invece, quello degli A Place to Bury Strangers. Famosi in tutto il mondo per la loro rumorosità e per la presenza violenta e aggressiva sul palco, esordiscono con ‘We’ve come so far‘ cupa, bassa nei toni, senza eccedere con i volumi, tirando un po’ di più nel finale che si chiude con una chitarra scagliata sul pavimento. È un trend che viene mantenuto anche in seguito, viaggiano a velocità moderata, con dei modi composti, anche quando accelerano gigioneggiando un po’ sulle chiusure, quasi per dovere più che per istinto.

Le tracce dei diversi strumenti degli A Place to Bury Strangers si distinguono bene, con una batteria che non fa male. Contenuta anche la quantità di fumo sparata sul palco, lontana da quell’inferno in cui erano abituati a suonare picchiando come dei fabbri. Non rinunciano invece allo show in mezzo al pubblico, con una sparizione improvvisa e una riapparizione con una strumentazione do-it-yourself tra la folla, per tre pezzi graffiati e brutali a bassissima fedeltà.

Quando poi tornano on stage, le levette dei volumi vengono tirate su, non risparmiano il riverbero e suonano più grevi. Da ‘Deeper‘ fino all’accenno di muro di suoni di ‘Alone‘, viene allo scoperto la vera natura degli A Place to Bury Strangers e del carismatico Oliver Ackermann, un uomo che coniuga la fisionomia di Nicholas Cage alla capigliatura di Manuel Agnelli. Scavano ancora più a fondo con ‘Ego death‘, che li vede immergersi nel buio e nella foschia, da cui escono a testa alta con il festival dei feedback di chitarra, prima di farsi raggiungere sul palco dai Baby in Vain che come presenze spettrali li accompagnano in chiusura di set.

Potrebbe esserci una scelta di mercato dietro questo ammorbidimento, sempre con le dovute proporzioni, degli A Place to Bury Strangers: un gruppo per famiglie, una band che va oltre gli amanti dei riverberi e del noise e i feticisti delle chitarre che fischiano. Preservano l’integrità dei timpani e addirittura della strumentazione, come se fossero dei musicisti per bene. Non temete quindi per la vostra incolumità: se gli A Place to Bury Strangers dovessero ripassare da queste parti, andate a vederli e portateci pure degli amici, senza essere costretti a indossare un casco o a stare a debita distanza dal palco. Non rischiate nulla, se non di divertirvi con moderazione.

Matteo Ferrari

Matteo Ferrari

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Nato nel 1984 nell'allora Regno Lombardo-Veneto. Un onesto intelletto prestato all'industria metalmeccanica, mentre la presunta ispirazione trova sfogo nelle canzonette d'Albione, nelle distorsioni, nei bassi ingombranti e nel running incostante.

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