Egle Sommacal: quando il lavoro coincide con la passione

Ho incontrato Egle Sommacal durante il soundcheck di un suo concerto lo scorso settembre presso Struttura Birra a Prato (guarda la photogallery).
Quello con Egle è stato il primo di una serie di appuntamenti live organizzati da Dio Drone (label fiorentina) e tra suoni, pinte, spaghetti e tanti suggerimenti musicali è stato bello chiacchierare con lui del suo percorso artistico.

In attività dagli anni Novanta, Egle Sommacal è la chitarra dei Massimo Volume ed ha collaborato con diversi altri gruppi tra cui Ulan Bator e, più recentemente, Wu Ming Contingent.
È interessante proprio per questo motivo confrontarsi con lui sul cambio, ormai evidente, avvenuto nel tempo alla scena musicale indipendente.

È cambiato molto, in realtà. Credo che sia cambiato tutto il mondo della musica in relazione a come è cambiato il mondo della musica pop-rock, di cui tutto l’alternative fa parte. Quando parlo di queste cose, non accade mai attraverso le interviste ma con amici e conoscenti, per capire insieme come mai adesso la situazione sia così difficile.
Il motivo più importante credo sia che la musica ha perso da tempo un primato nell’intrattenimento, soprattutto nella categoria composta dai giovani: ci sono molte altre forme di svago che hanno preso piede progressivamente negli ultimi 20-30 anni.
Basta pensare ai media, i social-network, i giochi elettronici, le palestre addirittura, che sono molto più frequentate rispetto ad una volta.
È nata la cultura del fisico, abbiamo la TV on demand e mille altre possibilità. Di solito le persone che si interrogano in proposito fanno coincidere il periodo “d’oro” della musica con gli anni ’60 -’70, e si parte da lì per arrivare ad oggi. Ma in quegli anni, analizzando il fenomeno, c’era la televisione con solo uno o due canali in bianco e nero, non c’era molto altro.

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E la riflessione, posta in questi termini, potrebbe realmente essere la causa della “caduta di supremazia” della musica appena citata, con «il mercato che si è molto contratto, i numeri son quelli che sono e quindi non c’è più posto per il mainstream ed il mercato indipendente: questi due segmenti si sono confusi».
Parlando dei circuiti alternativi, «prima erano canali dedicati perché avevano un determinato tipo di proposta musicale che andava contro il main stream. Adesso il circuito indipendente è diventato semplicemente la serie B del circuito mainstream, e quindi il passaggio dell’uno all’ altro è abbastanza naturale. Eticamente non lo trovo scorretto, lo considero una forma di intrattenimento del tutto fittizia a meno che non ci siano dei presupposti anche politici, e in questo caso quel tipo di tensione che c’era negli anni ’80 c’è ancora adesso. Posso portare l’esempio dei nostri amici Hate&Merda: un gruppo come loro poteva essere benissimo, come intenzione, un gruppo anni 80’. Loro hanno un tipo di approccio caratterizzato da una forte componente politica».

Dal ’92 sei un componente fondamentale dei Massimo Volume, hai collaborato con gli Ulan Bator, il Wu Ming Contingent.
Hai anche pubblicato quattro dischi come solita: come cambia il tuo modo di comporre quando scrivi per te rispetto a quando sei in gruppo?

Da solo ovviamente non ci sono grossi problemi se non degli eventuali blocchi creativi: non hai una controparte che ti può correggere e che ti può portare a dei miglioramenti, sei proprio al buio.
Fai una cosa, ti piace ma non riesci mai a sapere qual è il suo valore reale se non dopo molto tempo, molti anni – ed è sempre molto difficile capirlo.
Io non mi riascolto mai, non riascolto mai i miei dischi una volta finiti per cui difficilmente riesco a capire se una cosa era fatta bene o fatta male.
Con i gruppi la cosa fondamentale è capire come delle tue idee possano interagire con le persone che hai davanti, e cambiano anche da gruppo a gruppo.
La difficoltà è quella di capire chi hai davanti e che cosa puoi fare, cosa puoi portare all’interno di quel particolare contesto di persone e ovviamente cambia sempre come cambiano le persone: il tuo contributo è differente, non c’è una “ricetta da seguire”.
Personalmente faccio sempre un po’ fatica a relazionarmi a livello lavorativo con altre persone, sono un po’ una testa di cazzo: a cinquant’anni posso dirlo, sono cocciuto.
Non so se capita anche a te, c’è un momento in cui ti accorgi che stai sostenendo un’idea sbagliata ma per un po’ la porti avanti lo stesso sapendo che gli altri però hanno ragione.

Per quanto riguarda i live avverti differenze nel suonare “protetto” da una formazione rispetto all’esposizione in prima persona?

Ho iniziato a suonare da solo una decina di anni fa ormai, ed era ogni volta un calvario, una cosa terribile.
Quando ho iniziato a suonare con i gruppi il giorno prima non dormivo se sapevo di dover fare un concerto: sono sempre stato molto emotivo.
Negli ultimi tempi questa cosa s’è un po’ affievolita, forse perché ho iniziato a suonare con più frequenza, anche se sono cose oggettivamente incontrollabili: posso essere tranquillo fino a 5 minuti prima di salire sul palco per poi rendermi conto che ho le mani bloccate, che non riescono a muoversi. Con il mio set composto da chitarra acustica dove non ci sono effetti ho una paura terribile perché si sente molto, e io lo so che gli altri lo sentono.
Questo tipo di pressione quando si suona in un gruppo è invece molto più ovattata.
Suonando la chitarra in gruppi rock posso anche permettermi di sbagliare molto prima che un eventuale ascoltatore se ne renda conto.
Sì, la differenza è questa sostanzialmente.
Però stai parlando con una persona che è realmente molto emotiva e che ha fatto tanta fatica prima di decidere di mettersi in gioco da solo.
Prima ho organizzato delle cose a casa mia con degli amici, cose piccolissime ed intime, ed ho seguito un percorso.
Ora, dopo tante tante date, a volte riesco anche ad essere tranquillo, anche se a volte…

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Capisco, ma credo che sia anche questo importante: il fatto che tu ti senta emozionato prima di una performance fa capire che per te suonare non è diventato solo un lavoro, ma che dietro c’è ancora molta passione.

È vero, è importantissimo, ma quell’emozione a volte ti può portare a fare un bel concerto mentre a volte ti fa fare un concreto pessimo.
Come diceva un grande musicista che ho conosciuto personalmente, «nel momento in cui ti passa quella tensione, è finita».
Quindi ben venga l’aver paura prima di salire sul palco.

Tutti i tuoi lavori da solista sembrano contenere una personale ricerca poetica.
Cosa ti ha spinto a compiere scelte quali l’uso della chitarra classica a discapito di quella elettrica e dei fiati?
Penso a “Tanto non arriva”, del 2009.

Parto da quest’ultimo disco: lì ho avuto proprio l’idea di unire in un connubio la chitarra elettrica con questa band di fiati.
Sono contento di averla avuta, per me era un’idea buona però la realizzazione forse non è stata come volevamo, soprattutto su disco.
È un disco pieno di errori.
Forse è un lavoro che avrei  dovuto continuare, non so, però sono contento dell’idea: per me era una buona idea.
Poi ho avuto delle altre idee per il progetto solista che non riguardavano solo la chitarra acustica ma che non sono andate in porto.
I progetti collettivi, quelli che prevedono altre persone, più li porti avanti e più sono complicati dal  punto di vista pratico perché quando devi girare diventa complicato: sei in tre o quattro, i posti iniziano ad essere meno, quindi ti viene a mancare la possibilità di suonare in quei posti che invece da solo sono più disponibili.
Sostanzialmente è questo il motivo per cui mi sono rivolto alla chitarra acustica solo: perché è un mio interesse e perchè ma la posso gestire autonomamente.
Praticamente, suonare con altre persone che hanno i loro impegni diventa un problema anche se non devi mediare: sei band leader, con un progetto a tuo nome o tutto, però rimangono troppi problemi pratici. Cioè, non è un buon momento per fare questa cosa.
Credo che per un po’ vorrei almeno vorrei passare a qualcos’ altro, questo sarà l’ultimo disco per chiatarra acustica.

Il tuo ultimo lavoro, “L’atlante della polvere”, è uscito quest’anno: ci parli del concept?

In realtà questo disco con chitarra acustica è una continuazione del disco precedente (“Il cielo si sta oscurando”, 2014): la linea maestra è quella.
Il primo disco, nelle intenzioni, era molto influenzato dall’American Primitive Guitar, quindi da John Fahey e da quel tipo di cose, ci sono molti rimandi al mondo bluegrass ed è stato un tentativo di misurarmi con quella scuola, con quella tradizione.
In “Il cielo si sta oscurando” e “L’atlante della polvere” c’è quest’intezione di portare con la chitarra acustica quelli che sono i miei ascolti da molti anni, da quando ero ragazzino, che sono appunto i musicisti del minimalismo americano: Philip Glass, Steve Reich e tutti quelli che sono venuti dopo.
È una corrente che ho sempre continuato ad ascoltare e che negli ultimi anni è diventata predominante.
Ascolto molta musica classica, musica contemporanea e i musicisti di musica contemporanea attualmente riprendono molto dal quel mondo.
Non viene più chiamato ‘minimalismo’ ed è questa la cosa un po’ strana del post minimalismo, che in realtà prende un po’ tutto.
Il mio è un tentativo di far confluire le influenze che mi danno i miei ascolti con la tecnica del fingerpicking della chitarra acustica, tecnica abbastanza polifonica che ti permette di creare più voci pur essendo da solo.
Sono pezzi diversi, ma credo che ogni brano possa finire in un disco o nell’altro.

I tuoi lavori sono strumentali, racconti musicali: hai mai pensato di affiancare delle parole alle note?
Se sì, testi e voce potrebbero essere tuoi o ti piacerebbe collaborare con qualche artista in particolare?

Per adesso non ci ho mai pensato seriamente, non c’è mai stato un progetto: naturalmente mi è balenata l’idea però non in maniera alla Massimo Volume, per intenderci, non ‘spoken word’ con un cantato recitato.
Ahimè ho dei grossi problemi con le parole: dovrei scrivere i testi, la melodia e poi trovare delle persone da coinvolgere.
Trovare delle persone alla fine è la cosa più facile, ho molti amici e amiche che cantano con delle bellissime voci però non è una cosa che ho contemplato in maniera seria anche se ammetto che ogni tanto ho sognato di fare delle canzoni.

È bello sentirti parlare così, poiché da ascoltatrice quando sento i tuoi brani si creano delle immagini nella mia testa e spesso penso a quale possa essere l’immagine che ti sei creato tu nel comporre un particolare brano.

Credo di essere di natura un uomo abbastanza contemplativo, la mia musica è abbastanza cinematografica.
Non importa che immagine penso io ma se riesco in qualche maniera a trasmettere qualsiasi immagine all’ascoltatore ne sono contento.
A volte parlo con delle persone che mi raccontano le immagini evocate dai mie brani, ma non sono mai quelle che ho io nella testa.
Io in realtà non ho delle immagini, ogni tanto me le posso creare ma anche io da fruitore lo faccio solo una volta che riascolto il brano quando lo sto componendo.
Non sono immagini indicative, spero che la mia musica sia uno stimolo a crearle.

Come vedi la scena musicale italiana nel prossimo futuro?

Io ho 50 anni e anche quelli più giovani di me sono nati in un momento in cui il rock era la musica che aveva una certa forma.
In realtà non è che il rock esiste da sempre, è nato dopo la seconda guerra mondiale, un periodo in cui sono nati i giovani che negli anni Sessanta spendevano soldi per la musica.
Adesso ci troviamo in un altro momento. 
Un tempo la “categoria dei giovani” era formata quelle persone non più bambine ma nemmeno adulte che per un numero limitato di anni si godevano la vita in attesa di arrivare all’età lavorativa.
Adesso questo range di anni si è ampliato: ci si può definire giovani più o meno dai 15 ai 50 anni, e di conseguenza si possono proporre le stesse cose (musica, film, video giochi) sia a ragazzi che a cinquantenni.
Questo fa capire che c’è qualcosa che non va: il rock non era una cosa generazionale, era qualcosa come “il figlio contro il padre” mentre adesso i figli ascoltano la stessa musica dei genitori e fanno le stesse cose.
Evidentemente anche a livello sociale qualcosa non funziona più tanto bene, a mio parere.
È fisiologico che la musica come forma di intrattenimento prima era diversa e tornerà a cambiare nuovamente, avrà altre forme di fruizione non come l’abbiamo conosciuta noi: questa è semplicemente un fase transitoria.
La mia visione positiva vorrebbe che il mercato si restringesse molto con la musica, così da proporre proposte di alto livello.
A me piace molto David Lang , seguo molti musicisti della Bang on a Can, compositori dell’Est Europa: noto che chi viene da questo tipo di ascolti si specializza, inizia a cercare cose sempre più interessanti e belle, e la conseguenza più ovvia è che alla fine si salverà chi ha un livello musicale molto alto.
Negli anni Novanta c’era un gruppo che si chiamava Pop Will Eat Itself: ho scoperto che dietro a loro c’è uno dei miei compositori di colonne sonore preferite, Clint Mansell, colui che ha scritto fra tanti anche “Requiem for a Dream”.
Lui faceva parte di quel gruppo, quindi tutto si collega, tutto torna.

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Come hai iniziato a suonare? Quando hai capito che volevi essere un musicista?

Ho iniziato ad ascoltare musica rock, e questo è quello che mi ha portato a suonare.
Ho avuto la fortuna che in prima media avevo un compagno di classe che aveva già tutti i dischi dei Deep Purple e King Crimson, quindi alle medie conoscevo già tutto il rock anni Settanta.
Mia sorella aveva comprato una chitarra classica che però non imparò mai a suonare: ho iniziato così, passando mesi a suonare la prima corda scordata.
Per il resto credo di essermene accorto troppo tardi, nel senso che sono stato un po’ uno stupidotto: se fossi stato meno coglione me lo sarei tenuto semplicemente come passione, lo dico con convinzione.
Ormai è troppo difficile ricollocarmi nel mondo del lavoro, però non è detta l’ultima parola.

Tre dischi dei quali non potresti fare a meno.

Ne ho 3000!
Ti dico, anche se complicato, tre dischi che sto ascoltando in questo periodo.
David Lang, già citato prima, è un compositore del quale più o meno tutto quel che ha fatto mi piace molto.
Un disco che ho ripreso ad ascoltare molto è “Drukqs” di Aphex Twin: lo considero il suo disco più bello in assoluto e credo anche che lui sia uno dei pochi musicisti dell’ambito pop a poter essere accolto nella “musica globale”. Lo vedo come un compositore davvero con un livello molto alto.
Un altro nome è quello dei Matching Mole, un gruppo di Robert Wyatt: il primo disco è quello che ogni riprendo e riascolto.

Una domanda che non ti hanno mai fatto e che invece ti piacerebbe ti facessero?

Non questa, così mi metti in imbarazzo.
Nonostante tutto non ho un grosso piacere nel parlare di me e mia moglie questo lo sa, quindi non so, non saprei proprio cosa rispondere.

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katia (edorian) egiziano

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Mi definiscono una persona sopra le righe, forse è davvero così, non mi sento imbrigliata in alcun genere, quando si parla di musica sono "onnivora". Ogni singolo momento della mia vita è legato ad un brano, quando mi sveglio la mattina a volte il mio cervello canta

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