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Rufus Wainwiright, quando il talento è (anche) una questione genetica

Roma, 28/07/2019

Il Dna è importante, anche nella musica Pop.
Rufus Wainwright è un cantautore dal talento immenso, capace di trasmettere emozioni prima di tutto a sé stesso.
Ha alle spalle una produzione ed una preparazione musicale molto complessa ed eterogenea che come disse Elton John (col quale collaborò ad inizio carriera) «lo rende il cantautore migliore sul pianeta», capace di spaziare dai Nirvana a Leonard Cohen sino all’Opera di Wagner.

All’Auditorium Parco della Musica ne ha dato ampia dimostrazione, in un concerto reso ancora più intimo dallo spostamento dell’ultim’ora causa pioggia dalla Cavea alla Sala Santa Cecilia.
Pianoforte e chitarra, i soli strumenti con i quali ha affrontato le sue produzioni migliori – da ‘Art Teacher‘ a ‘Cigarettes and Chokolate Milk‘ passando per la contestata ‘Gay Messiah‘ sino a ‘Jericho‘ e ‘Early Morning Madness‘.
Una voce esaltata dall’acustica perfetta e che ha trovato il massimo della realizzazione nell’interpretazione a cappella di ‘Candle‘.

Ogni canzone è stata preceduta da un piccolo aneddoto o spiegazione, il che ha reso il concerto particolarmente gustoso.
Rufus ha un approccio teatrale con gli ascoltatori attraverso un modo che è una via di mezzo tra Shakespeare e Lady Gaga.
Intenso il momento in cui è stato ricordato Leonard Cohen con le cover di ‘Hallelujah‘ e ‘So Long Marianne‘, decisamente emozionanti.
Il finale è stato invece affidato alla magnifica cover di una canzone scritta da Jean Renoir, ‘La Comlaint de la butte‘.
Anche il suo modo di parlare di sé e della propria intimità emotiva, della propria omosessualità, offre a chi lo ascolta la sensazione di trovarsi davanti ad una mente libera – non solo dal punto di vista sociale, ma anzitutto creativo.
Se così non fosse mancherebbe anche di quella particolare sensibilità che permette a Wainwright di cogliere le sfumature di alcune tematiche presenti nei suoi brani, compresa anche la depressione.
È un grande autore il cui puro talento lo porta a confrontarsi con un mostro sacro come Cohen o con la lirica pomposa di Richard Wagner, uno di quegli autori e performer che rendono il Pop qualcosa di maiuscolo anche nella forma canzone da tre minuti.

Chi ha assistito a concerti come quello qui proposto dal Roma Summer Festival ha la fortuna di aver tracciato dentro sé qualcosa di unico, come lo è Rufus Wainwright nella sua espressione artistica.
Certo, essere il figlio di Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle (cantautori folk) e fratello della cantante soul Martha lo hanno aiutato a stabilizzare dei punti di riferimento in un confronto di crescita continuo.
Ma qui c’è del talento puro, e come tutte le purezze è fragile e ha bisogno di un pubblico che lo sproni, coccoli e, se serve, anche che lo critichi.

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