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Spiritualized – And nothing hurt


Quando mi trovo di fronte ad un album di Jason Pierce mi rendo conto di dovere pesare ogni parola.
Stiamo parlando di un artista davvero enorme, uno di quelli che da sotto il suo tavolo creativo ha travalicato la normale dimensione spazio temporale.
I vinili, il liceo, le prime sonorità post punk, l’influenza dei Jesus & Mary Chain, gli Spacemen 3, la droga, la psichedelia, la musica anni Sessanta, gli arrangiamenti orchestrali, gli Spiritualized, gli album doppi che sapevano di triplo, quelli tripli che sapevano di doppio, il senso trasognante delle sue note, la malattia e la rinascita.
Ogni sua creatura può essere un capolavoro denso di influenze ricchissime o una grande delusione.

Non sono più gli anni obliqui degli esordi, nè quelli chimici degli anni Novanta.
Un famoso film di nicchia cui prestò qualcosa si chiamava “Me and you and everyone we know” e racchiude tutta la sua poetica.
Una chimica stralunata e distorta che taglia l’ascolto costante dei suoi fan, sino a sanguinare emozioni.
Certo, ci sono episodi meno riusciti di altri, e questo album lo dimostra.
Si sente un pò sofferente e meno fresco del solito, ma poi  all’ascolto di ‘Here it comes (The road) Let’s go‘, ‘The morning after‘ e ‘I’m your man‘, mi fermo a pensare che una scrittura del genere poche personalità possono ancora permettersela, specie dopo tutti questi anni.
Probabilmente le porte della percezione, che per almeno una decina di anni il buon Jason Pierce ha tenuto aperte, segnano il sapore del tempo, ma un pertugio verso un luminoso futuro rimane immobile come una mano allungata verso cosa…la prossima opera, forse.
Ecco perchè di opera si tratta, album è riduttivo.
Imperfetta come quasi tutte le cose bellissime.
I minuti dell’album sembrano essersi fermati come un battito spento, ma ad un tratto ‘Let’s Dance‘ e ‘Sail on through‘ volgono al termine e anche stavolta quella certa malinconia riflessiva, come uno sfuggente graffito di Bansky ci è passato dentro.
E ha lasciato qualcosa che non definiamo più bene, nella nebbia, almeno sino alla prossima opera che possa dipanarla.
E speriamo davvero non debbano passare altri sei anni, perfetta o meno che sia.

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