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Caparezza – Prisoner 709

Dinamica, energica e carismatica.
Con queste 3 parole riassumiamo la grande carriera di Michele Salvemini, ex Mikimix e ormai affermato Caparezza.
La genialità di questo autore crea veri capolavori da ormai quasi vent’anni sin dall’uscita del primo disco “?!”.
Riuscendo a rovinare un’estate intera per l’estenuante attesa, a maggio 2016 ha annunciato il grande ritorno con un nuovo album, “Prisoner 709”, uscito il 15 settembre.
Riscuotendo grande successo dagli ascoltatori e fans, il disco tocca subito le vette in classifica e in sole due settimane riesce subito a diventare Disco d’oro con ben cinque brani nella Top 10 su Spotify.

“Prisoner 709” è una storia diversa dagli ultimi album.
Non è più una denuncia allo Stato, una critica alla Chiesa o una satira sui massimi sistemi.
Questa volta Caparezza si autocritica, entra nel suo “io” e scava tra le sue emozioni, esplicando cosa lo tormenta maggiormente.
Il suo dolore principale deriva dall’acufene, un disturbo uditivo causato da rumori talmente fastidiosi da infierire sulla qualità di vita della vittima.
Lo stato emotivo viene percepito dai segnali d’aiuto che lo stesso Michele richiama nei suoi ultimi 16 brani.
Musicalmente non fa una piega, come sempre Caparezza crea la ricetta segreta per amalgamare bene le nuove avanguardie elettroniche con il suo stile ormai ventennale.
I testi stavolta sono però di una difficoltà di comprensione unica, e per questo dovrebbero attribuirli ad un’enciclopedia umana piuttosto che ad un cantante.
Anche i feat vanno citati con l’ormai noto Max Gazzè, l’ex Quintorigo John De Leo e la vecchia scuola rap dei RUN DMC.

Il primo brano è l’incipit di questa lunga storia, ‘Prosopagnosia’, ovvero un deficit di percezione che non permette di riconoscere i volti.
Con questa metafora Caparezza annuncia a sé stesso e all’ascoltatore che non si riconosce più. Dopo l’omonima ed aggressiva ‘Prisoner 709′, passiamo per brani di passaggio che percuotono il tormento come ‘La caduta di Atlante‘ e ‘Forever Jung’. 
Grande lavoro è ‘Confusianesimo’, in cui vengono scoperchiati i vasi contenenti tutti i tratti particolari delle religioni più praticate al giorno d’oggi mettendo in luce l’ammasso creato da esse. La nota prog de ‘Il testo che avrei voluto scrivere’ dona la giusta carica per far evolvere la situazione in ‘Una Chiave’, cantico al suo passato in cui Michele Salvemini dimostra davvero i suoi 20 anni trascorsi ad emozionare diverse generazioni.
La vera rivoluzione in questo album è ‘Ti fa stare bene’, capolavoro indiscusso che ad orecchio ha tendenze molto commerciali (tant’è che anche lui afferma «questa canzone è un po troppo da radio»), ma il tutto viene demolito dalla grande musicalità applicata ad un testo fenomenale.
La grande delusione è stata ‘Migliora la tua memoria con un click’: avendo come ospite Max Gazzè ci si aspettava una composizione più elaborata.
Poi tutto viene perdonato con ‘Larsen’, in cui cita esplicitamente il suo dramma giornaliero con l’acufene che lo porta ad avere nostalgia del silenzio.
Passiamo per altri brani filtrati, come ‘Sogno di Potere’, ‘L’uomo che premette’, ‘Minimoog’, ‘L’Infinto’ e ‘Autoipnotica’. 
Il finalissimo ‘Prosopagno Sia!’ lascia l’ultima nota di musicalità ben costruita.

La chiarezza e la struttura che Caparezza affida a quest’album, il più complesso della sua carriera, merita a pieni voti il Disco d’Oro
Si spera che chi abbia avuto dubbi sulla sua fedeltà alla musica d’autore si sia tranquillizzato, poichè dopo il settimo album Caparezza è un artista che si permette ancora di stupirci per la novità che riesce a mettere in atto in ogni suo lavoro.

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