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Mogwai live a Londra: una composizione impressionistica e frammentata

I Mogwai hanno portato in scena il loro ultimo spettacolo sonoro al Barbican Centre di Londra lo scorso 15 settembre.

“Atomic” traccia un ritratto impietoso e penetrante dell’era nucleare, esplorando conflitti e contraddizioni che ancora oggi – inaspettatamente – sono parte del mondo contemporaneo.
L’idea di comporre una colonna sonora per il documentario “Atomic: Living in Dread and Promise” (diretto da Mark Cousins nel 2015) nasce  da un viaggio fatto dai Mogwai al memoriale di Hiroshima, una decina di anni fa.
Crudo, politico e incisivo, il documentario scompone e ricompone immagini, filmati d’archivio e interviste che attraversano gli ultimi settanta anni di storia globale, dalle prime sperimentazioni sulla fissione nucleare alle recentissime immagini dell’incidente alla centrale di Fukushima.
A scene di morte e distruzione sono alternati, nella seconda metà del film, momenti in cui viene mostrato il potenziale positivo, quasi salvifico della tecnologia nucleare, dalle sue applicazioni nel campo della medicina alla produzione di energia.

Visceralmente integrata alle immagini, la musica, grazie anche alla perfetta acustica del Barbican Hall, è maestosa, cupa e avvolgente.
Evitando di assumere una funzione descrittiva, rappresenta un accompagnamento emotivo alle immagini, supportandone la visione senza aggiunte sul piano narrativo.
Non mancano però espedienti retorici, come ad esempio la scelta di lasciare mute le scene più intense del documentario.

Se il rapporto tra suono e immagini è relativamente coerente, la composizione dei pezzi è innervata di tensioni interne: il ritmo ostinato e i suoni sognanti dei momenti iniziali (‘Ether‘) si trasformano, nel susseguirsi dei segmenti, in un cumulo di rumore meccanico e dissonante di feedback e sintetizzatori. Mentre alcuni pezzi (‘SCRAM‘) sembrano non raggiungere una conclusione, e rimangono irrisolti, circolari e tecnici, altri, come l’inno solenne ‘Bitterness Centrifugue‘, o ‘Are you a Dancer‘, che unisce violino elettrico e chitarra con leggerezza spontanea e armoniosa, rendono l’intera esperienza profondamente intima ed emozionale.
Tornati a casa, l’impressione generale è che “Atomic” abbia l’ambizione di funzionare sia come colonna sonora sia come album a sé stante: eppure, se approcciato senza il suo contrappunto visuale, appare decisamente meno immersivo e coerente.

Quello che resta è una composizione impressionistica e frammentata, che combina variegate risposte emozionali (orrore, stupore, speranza, rimpianto) senza, forse, possedere un’effettiva struttura portante.

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