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“Abbey Road”, la storia dell’album che ha cambiato i confini della musica

È il 1969.
Il mondo ha intrapreso strade di cambiamento, e la musica non è da meno: è l’anno della prima (e anche seconda) uscita dei Led Zeppelin, gli Who pubblicano “Tommy”, il progressive rock fa la sua comparsa con i King Crimson e la psichedelia dei Pink Floyd partorisce “Ummagumma”.
Ma è anche l’anno che sancisce la frattura definitiva tra i membri del gruppo che, senza dubbio, ha trascinato la musica verso questi cambiamenti: The Beatles.

Il 1969 è l’anno del loro ultimo album inciso in studio, “Abbey Road“, cui farà seguito temporale “Let It Be”, nel 1970, ma che venne registrato prima.
È proprio durante la lavorazione di “Let It Be” – che probabilmente non soddisfa i quattro, complice anche l’aria di ostilità che si è creata all’interno del gruppo sia per motivi economici e di gestione della Apple (con una frattura tra McCartney e gli altri) che artistici, dove invece la situazione è più complessa, con Lennon ormai preso dai progetti con Yoko Ono e gli altri che inseguono progetti solisti – che nasce l’idea di registrare nuovi pezzi e riprendere in mano l’idea iniziale di ‘Get Back‘.

Se già dal “White Album”, pubblicato nel 1968, ci si accorge del progressivo deterioramento di idee e contenuti che invece erano stati eccelsi in lavori come “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” e “Magical Mistery Tour”, all’inizio dell’estate del 1969 negli studi di Abbey Road a Londra, seppur tra mille difficoltà e vecchie e nuove ruggini tra i membri della band, prendono forma nuovi pezzi che i quattro, abbandonando definitivamente il progetto di ‘Get Back’, decideranno di registrare in un nuovo disco aggiungendo una serie di registrazioni live, che incise una dietro l’altra come fossero un’unica traccia, daranno vita a quello che tutti noi oggi conosciamo come “The Long One”, suite di stampo sinfonico che McCartney riprende da gruppi come Mothers Of Invention e Who. Nasce così, “Abbey Road“.

Lennon, tanto per non far mancar polemica, è l’unico contrario all’incisione del medley e anche a distanza di anni dirà che “Abbey Road” è un album «con un lato A fantastico e un lato B veramente scarso»: 1969, anno spartiacque quindi anche per i Beatles.
Se da una parte il 30 gennaio di quello stesso anno vide l’ultima esibizione live della band, quel famoso Rooftop Concert immortalato nel film “Let It Be – Un giorno con i Beatles” e che sembra ormai l’addio definitivo alle scene, dall’altra, quell’estate, i quattro baronetti con un colpo di coda degno solo dei più grandi, tirano fuori dal cilindro un album capolavoro, che conta canzoni come ‘Come Together‘, che sarà negli anni a venire cavallo di battaglia nei live di Lennon; ‘Something‘, magnifico pezzo di George Harrison al top della sua creatività artistica.


The Beatles Rooftop Concert 1969 London (HD) from lordcris on Vimeo

E poi ancora ‘Because‘, ‘Oh, Darling‘, ‘I Want You (She’s So Heavy)‘, ‘Octopu’s Garden‘ (secondo ed ultimo brano scritto per il gruppo da Ringo Starr) e i brani che vanno a comporre il medley, tra cui ‘You Never Give Me Your Money‘, ‘Sun King‘, ‘She Came In Through The Bathroom Window‘ e ‘Golden Slumbers‘.
Un album che farà parlare di sé anche per la copertina, forse una delle più famose al mondo, che vede i Beatles attraversare le strisce pedonali sulla strada fuori dallo studio di Abbey Road e che sarà fonte di nuove voci sulla presunta scomparsa prematura di Paul McCartney e della sua sostituzione con un sosia.
Un album che ha sempre diviso gli appassionati di musica (beatlesiani o meno): capolavoro o modesto album? Top della creatività o furbata finale di un gruppo alla frutta?

Miglior album dei Beatles o no, “Abbey Road” rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo ed uno di partenza, senza ombra di dubbio.
Sicuramente per molti versi innovativo, soprattutto rispetto alle strutture degli altri album del gruppo di Liverpool, quantomeno nella decisione di incidere un medley che occupa quasi interamente il lato B dell’album.
E’ ancor più sicuro considerarlo l’ultima vera fatica del quartetto, che l’anno dopo arriverà al capolinea lasciandoci in eredità “Let It Be”, che nulla aggiungerà più a ciò che i Beatles ci avevano già regalato.

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