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Sanremo 70, come è andata la prima serata?

Qualcuno per caso ha capito se Amadeus e Fiorello sono amici di vecchia data?
Perché nell’introduzione alla prima serata l’avranno ripetuto almeno cinquanta volte.
Certo, iniziare in radio insieme e finire a Sanremo non è da tutti – questo va detto.

Tant’è, la settantesima edizione del Festival di Sanremo comincia con un Fiorello in abito talare ed un Amadeus come sua perfetta e rodata spalla.

Il ghiaccio lo rompono gli Eugenio in Via di Gioia con Tsunami, un brano abbastanza radiofonico che passa in rassegna un po’ di nomi famosi dei nostri tempi, una sorta di “Siamo ragazzi di oggi” ai tempi dell’indie, ma destinata a lasciare il segno molto meno della precedente.

Tecla è la seconda “giovane”.
Il suo brano si piazza subito nel segmento dei facsimile delle hit sfornate da Amici.
Tutto bene fino a quando nel bridge fa capolino la parola “resilienza”: la luce si spegne lì, è più forte di me.
E infatti il telefoto la premia, vox populi…

Subito dopo è la volta di Fadi, giovane cantautore voce e chitarra, la sua canzone cresce lenta ma inesorabile, la scrittura è onesta, di certo non è Sanremo il suo habitat naturale, ma per lui è una bella vetrina.

Leo Gassman, per ribadire che il cognome non conta, in questo paese conta solo la meritocrazia.
La canzone è fatta su misura per le radio, ce la porteremo fino all’estate, con tanto del battito di mani finale in stile world music. Manco a dirlo vince e passa lui.

È la volta dei Big, sono le 21:30, e infatti invece dei concorrenti sul palco sale Tiziano Ferro con un omaggio a Domenico Modugno.
Evidentemente gli piace vincere facile.

Irene Grandi con, effetto sorpresa, una canzone scritta da Vasco Rossi.
Il pezzo galoppa e ci restituisce un’interprete che si è sempre trovata bene negli abiti cuciti su di lei da Rossi e Curreri.
La sua esibizione fa sembrare i presunti giovani di cui sopra dei musicanti bolliti, e ciò la dice lunga sulla selezione delle “nuove proposte”.

Arriva Diletta Leotta che introduce Marco Masini.
Il confronto sembra distante anni luce da quando cantava ‘Vaffanculo‘, si è chiaramente calmato, una canzone che racconta del passare degli anni.
La canzone è un crescendo che lo porta anche ad alzarsi dal pianoforte, un gancio perfetto per il pubblico sanremese.

Dopo 47 anni in quota sovranismo torna sul palco Rita Pavone.
La sua canzone ripropone il sempreverde “resilienza” in uno stile rockettaro che mette in risalto più la batteria che la voce della cantante.
Il pubblico di Sanremo è in brodo di giuggiole per la Pavone che si gioca le sue carte, anche lei sembra più giovane delle nuove proposte.

Sono le 22 e 15, sul palco c’è Rula Jebreal che lancia l’esibizione di Achille Lauro, attesissima.
Me ne frego, che tra le firme annovera anche l’hitmaker Petrella, piazza un’altra zampata.
Se non altro perché al primo bridge si toglie il mantello e resta con un body glitterato.
La canzone sale subito, è un crescendo che richiama in qualche modo la verve di Rolls Royce e dà l’impressione che la si possa chiudere anche subito qui.
Che botta.

Diodato ha il difficile compito di riportare il pubblico ad una dimensione più intima.
La sua esibizione, diretta da Rodrigo D’Erasmo, è molto intensa, come ci ha abituato nella sua carriera.
La canzone è splendida, e riesce a rimettere in sesto il Teatro dopo la scapigliata presa da Achille Lauro. un uno due che spezza il fiato.
Sono le 22:30 e credo che si sia già raggiunto l’apice della serata.

In quota revival primi anni 2000 ecco Le Vibrazioni con una canzone che pare fatta con il loro stampino.
Sarà forse la voce di Sarcina che le rende un po’ tutte uguali, il pezzo non è male ma nemmeno sembra destinato a fare la storia del Festival.

Intermezzo nostalgia nostalgia canaglia con il grande ritorno di Al Bano e Romina.
Tutto il loro repertorio classico.
Pubblico in visibilio, manco a dirlo.
Restaurazione pura.
Il pezzo inedito scritto da Malgioglio sembra uno scarto della discografia di Gigi D’Alessio con ampia aggiunta di autotune che al sfronto un qualsiasi rapper sembra Bocelli.

Dopo la pubblicità troviamo Anastasio, il suo pezzo è una cavalcata segnata da parole gridate su una chitarra elettrica assoluta protagonista che strizza l’occhio ad Eminem.
Il solito Anastasio dalle barre affilate.
Una canzone per niente sanremese, che non lascerà il tempo di farsi apprezzare in tempo per il televoto.
Un brano dall’apparenza dura che conferma lo stile del rapper di Sorrento.

Ritorna Tiziano per il karaoke, stavolta la canzone prescelta è Almeno tu nell’universo.

Elodie, dopo vari momenti che dovrebbero essere di ricreazione, porta la sua Andromeda, scritta da Mahmood e Dardust, un brano tirato che mette in evidenza la vocalità dell’ex concorrente di Amici.
Il pezzo è bello, adatto alle radio e con una produzione, superfluo dirlo, degna di nota.
Una botta di modernità che un po’ spiazza ed entra tra i candidati al podio.

Bugo e Morgan in quota vecchie glorie dell’indie quando non si facevano i soldi come adesso.
Canzone condita d’elettronica e dal sapore intrinsecamente pop.
La voce di Morgan è un lontano ricordo seppellito da troppe sigarette e fa perdere qualcosa nella versione live, Bugo invece risulta molto credibile in questo duetto, gli scambi tra i due risultano più che credibili e forse alla fine il pezzo c’è davvero.

 

Dopo di loro Emma si prende il palcoscenico per un medley dei suoi successi recenti, inclusa passeggiata ed esibizione in esterna, che Amadeus rimarca soltanto un centinaio di volte come una prima volta per il festival.

All’una meno venti ecco spuntare Alberto Urso con la sua Il sole ad Est.
Un brano che sembra uno scarto della discografia de Il Volo.
Che poi diciamocelo, già l’ora è tarda ma pure un presunto giovane con un pezzo che sembra almeno di trent’anni in ritardo rispetto ai tempi non è che aiuti a tenere alta l’attenzione.

Riki, presentato come mattatore delle classifiche dell’America latina, con una canzone senza infamia né lode, fino a quando senza un vero perché butta dentro una frase in autotune assolutamente senza senso – e lì l’infamia è più della lode.

C’è vita oltre il palco dell’Ariston?
Non ci è dato saperlo, specialmente per artisti come Gualazzi che si presenta sul palco all’una passata (peccato per lui) con una canzone in cui compare di nuovo Petrella tra gli autori. La sua Carioca è una canzone imbevuta di ritmiche sudamericane, come suggerito dallo stesso titolo e richiama per certi versi Sergio Caputo.
Raphael è molto versatile al pianoforte ma forse questo brano per lui è un po’ azzardato, come il suo look.

La classifica finale, data dai voti della giuria demoscopica vede inaspettatamente (per gli amanti della musica) Le Vibrazioni al primo posto seguiti da Elodie e Diodato, con due canzoni davvero belle, destinate a suonare per molto tempo nelle radio. Subito dietro Irene Grandi (Finalmente io) e Marco Masini (Il confronto).
Infine, per non smentire la tendenza sanremese, si piazza in alto anche Alberto Urso.
Achille Lauro più in giù, subito prima della rediviva Rita Pavone.

Per la prima serata è tutto.

 

 

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