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Sanremo 2019, il report della prima serata

La sessantanovesima edizione del Festival della canzone italiana è a suo modo storica: mai come quest’anno il cast ha visto la presenza di artisti provenienti dal mondo musicale alternativo italiano.

Nomi come Motta, Ex-Otago, Zen Circus, Ghemon ed Achille Lauro sono infatti pesi massimi delle classifiche indie italiane e si trovano catapultati in blocco su uno dei palchi più glamour e seguiti, nel bene e nel male, del nostro paese e non solo.
Assieme a loro altri nomi importanti come Silvestri, Negrita e Livio Cori, assieme a qualche star dei talent e vecchi maestri, completano il cast scelto da Baglioni e soci.
Dopo un’apertura con un classico di Baglioni e qualche informazione di servizio si comincia con le esibizioni.

Francesco Renga – Aspetto Che Torni: brano in crescendo che in principio sembra penalizzare la sua potenza vocale ma che poi gli concede ampie occasioni di apertura anche se, a dirla tutta, l’esibizione del riccio più amato d’Italia non sembra rendere giustizia alle sue potenzialità.
Il testo è fatto apposta per essere cantato in automobile da persone innamorate e quindi girerà, ma sul palco non sembra essere scattata la scintilla.

Nino D’Angelo e Livio Cori – Un’altra luce: Il brano dell’artista accreditato come uno degli alias di Liberato insieme a Nino D’Angelo presenta un arrangiamento moderno con i due artisti che si scambiano frasi della canzone a tinte scure in cui la voglia di riscatto la fa da padrona. Un brano interpretato nella sufficienza da Livio Cori mentre D’Angelo appare affaticato: in generale un’esibizione assolutamente sotto mediocre.

Nek – Mi farò trovare pronto : La canzone di Nek dopo pochi secondi è già una hit radiofonica rispettando in pieno il titolo.
Cassa dritta e la voce giusta ed il testo che si incastra perfettamente nel ritmo incalzante, Filippo Neviani si presenta con un brano pop ben fatto: non inventa nulla, sia chiaro, ma porta a casa una bella sufficienza.
Se lo scopo è quello di intrattenere, questa è la canzone giusta.

I brani si alternano con un ritmo tutt’altro che sanremese, sembra un concerto trasmesso in TV coi tempi che un live del genere richiede. Il primo terzetto ha avuto alti e bassi, di certo Nek è stato quello che ha lasciato di più il segno.

The Zen Circus – L’amore è una dittatura: Già vederli su quel palco provoca una sensazione strana. Il brano è nel loro stile, specie quello di pezzi come ‘L’anima non conta‘ o ‘Catene‘.
Brano tirato con un crescendo coinvolgente guidato dalla voce di Appino che in questa cavalcata rock che sa di piccola marcia dai toni sinistri che si chiude in crescendo.
Non il migliore brano della band ma di certo una canzone che rende giustizia alla loro carriera fino ad ora.

The Zen Circus © Gianluca Conselvan

Il Volo – Musica che resta: La canzone del trio di giovani tenori comincia con un pianoforte ed un andamento dal tono pop un po’ ruffiano, ma dopo pochi secondi riporta il trio lirico sui territori che li ha sempre contraddistinti, quelli della noia e della vecchiaia.
I loro brano sono l’antitesi della sperimentazione e della ricerca, e portano dritti verso il buio musicale.

Loredana Bertè – Cosa ti aspetti da me: Il brano, a firma anche di Curreri, è un classico pezzo a metà tra rock e pop, ben scritto, in cui Loredana cavalca le chitarre sullo sfondo dando una bella svegliata al pubblico.
Il brano è compatto e, anche se non memorabile, è di sicuro uno dei più onesti ascoltati fino ad ora.
Rispettando il titolo è proprio la canzone che ci si aspettava dalla Berté con la sua proverbiale energia e voglia di stupire.

Dopo Loredana è il momento del primo super ospite. Andrea Bocelli che sale sul palco più che altro per rimettere in riga quelli de Il Volo, come se poi quei tre non fossero in qualche modo colpa sua. C’è anche il tempo per una raccomandazione al figlio in diretta nazionale, in barba a chi ci governa per eliminare la Kasta!!

Daniele Silvestri feat. Rancore – Argentovivo: Un brano dominato dalla batteria di Fabio Rondanini in cui i Calibro 35 sembrano il modello di riferimento.
Daniele ci mette dentro un testo sulla falsariga di brani come ‘Aria‘, con un tono cupo di una vita quasi compromessa.
Un brano che tra gli autori annovera anche Manuel Agnelli ma che è la perfetta summa della poetica sociale di Silvestri con l’aggiunta delle barre di Rancore.
A fine serata sarà la canzone che resta di certo tra le più potenti.

Daniele Silvestri © Andrea Fiaschetti

Federica Carta & Shade – Senza farlo apposta: Il loro brano è solido, il flow è bello tirato e nel ritornello sorretto da chitarre elettriche sulla voce di Federica.
Una canzone che punta dritta alle classifiche dei servizi di streaming. Il ritmo aumenta nella seconda strofa per ritornare ad esplodere nel refrain.
Un brano per il pubblico più giovane che di certo suonerà parecchio in giro grazie agli streaming ma che a questa edizione non farà molta strada.

Ultimo – I tuoi particolari: Brano che parte piano e voce per poi far entrare la batteria cercando il crescendo emotivo anche col cantato.
Nello stile di altri brani di Ultimo che di certo arriva su questo palco con il vento in poppa e con un brano che potrebbe portarlo nelle zone alte non solo della classifica del festival ma di certo anche in radio e negli streaming.
Una canzone che ha il sapore di Fabrizio Moro ma senza raucedine.

A metà serata appare chiaro che la vincitrice del Festival sarà ancora una volta la SIAE di Baglioni.
In una pausa pubblicitaria arrivano i ragazzi di Sanremo Young, che sono così young che cantano una canzone di Jovanotti di almeno 30 anni fa.

Paola Turci – L’ultimo Ostacolo: Lo stile e la presenza scenica di Paola Turci le permettono di cantare metà canzone con una mano in tasca e nonostante ciò far pendere mezza sala dalle sue labbra.
La canzone è perfettamente nel suo stile, forse non la migliore del suo repertorio sanremese ma comunque un brano elegante che le si cuce perfettamente addosso.
Il cantato sugli acuti più importanti risente un po’ ma l’esibizione è di sicuro tra le migliori.

Motta – Dov’è l’Italia: Pronti, via. Sembra una canzone sul leitmotiv di “abbiamo vinto un’altra guerra”.
Il brano dopo la prima strofa arpeggiata cresce di tono nel suo ritmo tambureggiante.
Motta senza chitarra o tamburo sembra un po’ perduto sul palco ma la canzone è perfettamente nelle sue corde, un po’ meno in quelle sanremesi, ma in una scaletta come quella di quest’anno fa la sua figura.
Di certo paga lo scotto di uscire dopo la Turci.

Motta © Gianluca Conselvan

Boomdabash – Per un milione: Sembra di ascoltare i Sud Sound System ma con i vestiti da criminali italoamericani.
Il brano si candida sicuramente ad essere un tormentone estivo ma del ’97.
Il sound è curato nei particolari ma questa canzone da uno dei gruppi nuovi del festival non porta davvero nulla di fresco, anzi.
Quando pensavi di esserti liberato della Giamaica d’Italia, ecco che questa ritorna con prepotenza.

Patty Pravo & Briga – Un po’ come nella vita: Dopo lunghi minuti in cui le basi non erano pronte, un po’ come nella vita (per citare il titolo), il brano comincia rivelando una ballata a due voci non sempre ben fuse.
Probabilmente nella versione studio sarà tutto più chiaro, dal vivo Briga nella seconda parte prende il sopravvento lasciando alcune incursioni all’istrionica Patty che però non lascia propriamente il segno.
Brano confuso e non memorabile.

Simone Cristicchi – Abbi Cura di me: Solo a me pare che Cristicchi porti la stessa canzone da almeno cinque o sei edizioni di Sanremo?
Sono arrivato al punto che non ricordo nemmeno più il suo primo successo, se la memoria non mi inganna era una cosa allegra però.
Il testo di certo la parte migliore del brano.
L’ennesima canzone recitata fatta apposta per rapire il pubblico più debole, ma in fin dei conti c’è poco sforzo di andare oltre cose già sentite.

Altro momento super ospite dopo un tributo doveroso e sentito a Fabrizio Frizzi. Giorgia sale sul palco esibendosi in una serie di cover, tutte sbagliate, fino addirittura a farci rimpiangere la voce di Jovanotti durante l’esecuzione de ‘Le tasche piene di sassi’. Il suo spazio si chiude con un bel duetto in cui Baglioni esce ancora una volta vincitore.

Achille Lauro – Rolls Royce: La struttura di un pezzo rock che procede indolente con chitarra elettrica fino a sembrare un piccolo tributo a ‘Vita Spericolata‘ di Vasco Rossi.
Il brano di Lauro è una bella svegliata anche se l’impressione è che si sia molto contenuto per quello che poteva fare.
Ripensandoci a canzone finita è una piccola delusione, anche se nonostante ciò si stacca dal solito repertorio presente all’Ariston.

Arisa – Mi sento bene: Per fortuna il titolo del brano ci rassicura sullo stato di salute della cantante, anche perché se si riesce a spogliare la canzone delle sue urla resta un brano che comincia lento ma esplode in una specie di ballata dance in cui la voce narrante ha bisogno di non pensare a niente per stare bene.
Un po’ come se la domenica sera ci si mettesse a ballare fingendo che il lunedì mattina è solo un concetto astratto: poi se volete potete anche urlare, ma coi vicini sono problemi vostri.
Al confronto di Arisa, Patty Pravo è sembrata una tipa morigerata.

Arisa © Andrea Fiaschetti

Negrita – I ragazzi stanno bene: Una rock ballad che accelera e rallenta perfettamente nel loro stile degli ultimi anni.
Il solito atteggiamento di chi la sa lunga che un po’ stanca e ha reso i loro testi scontati già da un paio di album.
La resa del brano è sempre sulla sufficienza ma di certo non è una canzone che colpisce al cuore del pubblico e delle classifiche.
Copia in carta carbone di altri loro brani minori, senza il guizzo che servirebbe per dare una svegliata alla carriera.

Dell’intermezzo dedicato al Quartetto Cetra preferisco non dire per lasciarvi la curiosità.

Ghemon – Rose viola: Esattamente quello che ci si aspettava da lui, specialmente dopo un album come “Mezzanotte”.
Un R&B dalle atmosfere notturne, ora seducenti ora cupe.
Ghemon è la nostra anima nera che lotta per non annegare e noi restiamo a galla anche grazie alle sue canzoni.
Il brano ha qualcosa di magnetico e di certo qualitativamente uno dei migliori della serata.

Ghemon © Carmen Sigillo

Einar – Parole nuove: L’ennesimo giovane che si presenta con un pezzo vecchio.
Classica ballata che parla di una storia d’amore tormentata: drammi amorosi di cui abbiamo sentito già mille volte in mille modi, peraltro tutti più accattivanti di quelli usati da Einar.
A cosa serve portare i giovani a Sanremo se fanno musica più datata dei vecchi maestri?

Ex-Otago – Solo una canzone: La band genovese, una delle più attese, a dirla tutta delude un po’.
Ballata che punta a vincere facile, vale un po’ lo stesso discorso di Einar, in cui da artisti nuovi ci si aspetta qualcosa di nuovo, nuove letture di musica e parole ed invece eccoli arrivare con una ballad easy listening che richiama un po’ “Mare da Marassi”, il loro album di maggior successo, brano però tutt’altro che semplice con un’intensità che qui non si sente.
La delusione parte da aspettative più alte rispetto alla media, non perché la canzone sia scadente.
Purtroppo a tarda sera aspettiamo ancora il guizzo che non arriva.

Ex-Otago© Roberta Cacciapuoti

Anna Tatangelo – Le nostre anime di notte: La regina di Sora arriva sul palco con un piglio aggressivo che rispecchia la canzone che porta in gara.
Il ritornello purtroppo la riporta in quel territorio pop (neo)melodico che annacqua un po’ quella potenzialità che sembrava venire fuori dalle prime note.
La canzone è comunque il classico brano che può resistere in radio assecondando la vocalità prorompente di Anna.
Il vestito da prima comunione anni ’80 merita menzione d’onore.

Irama – La ragazza col cuore di latta: Irama in una cover di Ultimo, con l’aspetto di Einar che a sua volta assomigliava ad un vecchio vincitore di amici che alla fiera dell’est mio padre televotò.
L’impressione è che per arrivare sul palco di Sanremo anche i ragazzi che conservano un briciolo di vitalità cerchino di darsi una calmata rendendo tutto molto piatto.

Enrico Nigiotti – Nonno Hollywood: Una ballata fatta di affetto più che di amore, brano che cresce strofa dopo strofa ma che ripropone il solito format dell’inizio quasi parlato, tutto sotto voce, tutto delicato, tutto molto emozionante che immagino di avere i brividi perché altrimenti dovrei fingere di provare qualche altra emozione violenta di rigetto, la storia dietro la canzone è bella, diversa dalle solite storie amore, ma è l’ennesima canzone arrangiata in modo uguale a tantissime altre.
Che c’avranno mai tutti da sussurrare le cose invece di parlare normalmente?

Mahmood – Soldi: solo per aver usato la rima “Champagne/Ramadan” questa canzone merita di stare nei primi posti della classifica all-time di Sanremo.
L’inaspettato colpo di coda della serata con un brano totalmente fuori dagli schemi che pare dare una svegliata a tutti quelli che cercavano di destare brividi negli ascoltatori con le loro ballate recitate.
Il guizzo finale di una serata coi suoi alti e bassi che finalmente propone un brano minimamente “attuale”.

La classifica parziale, con le grafiche che sembrano uscita da un disegno fatto con PAINT su Windows ’95, relega il gruppo degli Indie, capeggiato da Nino D’angelo (ma quindi Nino è indie?) nella parte bassa della classifica.
Un po’ come quando ai mondiali di calcio si qualificano un sacco di squadre africane che poi vengono eliminate tutte al primo turno.
Per il resto piazzamenti attesi.
Una serata che ha mostrato alcuni limiti, specialmente nella conduzione di Bisio e Raffaele sembrati poco coordinati ed abbastanza impacciati.
Baglioni vero vincitore, i giovani spesso si presentano con brani vecchi, i cantautori fanno i cantautori e gli altri cercano solo un modo dignitoso per fare serate in giro per l’Italia.

 

 

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