Top dischi del 2016: la classifica di Oca Nera Rock

Non abbiamo mai amato le classifiche, noi di Oca Nera Rock:.
Per questo siamo sempre stati anti conformisti, realizzando gli ultimi giorni prima delle feste natalizie la tradizionale “Non Classifica”, ovvero una raccolta di brevi recensioni su dischi usciti durante l’anno e che non vi avevamo ancora presentato.
Stavolta abbiamo invece fatto un passo indietro e siamo andati a riguardare tutto il percorso di questo 2016: abbiamo pensato di essere meno originali e di proporvi nuovamente le letture agli album che a nostro avviso hanno lasciato un segno, guadagnandosi di fatto la vostra attenzione.

Senza un ordine da classifica vera e propria, senza divisioni di genere, ecco cosa salviamo con molto piacere in questo anno passato ad ascoltare tanta musica emergente (e non solo).

Savages – Adore Life (Gadis Argaw)

«[…] il capitolo successivo firmato Savages dimostra che il quartetto ha ancora molto da dire, nonostante si pensasse avessero raggiunto l’apice, sia a livello musicale che d’immagine, e nonostante i tempi odierni così impregnati di già sentito.
Jehnny Beth e socie se la sono presa con comoda, si sono adagiate un poco e hanno partorito brani incalzanti e movimentati come nel debutto, ma in minor misura gridati ai quattro venti a caratteri cubitali, elemento che rende meno teso e forse più scorrevole l’ascolto».

Heather Leigh – I Abused Animal (Stefano Santoni)

«Se avete lo stomaco debole, il consiglio è quello di scappare da questo disco a gambe levate…ma se riuscite ad usare la curiosità come leva, avete l’opportunità di scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora, un mondo ammaliante, la cui atmosfera riesce a trasportare in uno stato mentale completamente differente».

Marlon Brando – Marlon Brando (Katia Egiziano)

«Tutto il disco dei Marlon Brando è un’alternarsi di momenti cupi e accartocciati e aperture laceranti.
È un disco da lasciare in loop nelle cuffie mentre cammini sotto la pioggia, e con la fantasia sei in groppa al tuo destriero in mezzo al nulla con il sole cocente che ti ustiona il viso».

Tortoise – The Catastrophist (Stefano Santoni)

«È difficile evolvere e crescere dopo una ricca carriera ultra ventennale, ma la band ha saputo portare nuova linfa, cancellando in parte le opache prestazioni degli ultimi lavori, e confezionando un disco elegante e asciutto dalle pulsazioni morbide in superficie ma irrequiete ed in continua metamorfosi se andiamo ad esaminare gli arrangiamenti in profondità».

Alfio Antico – Antico (Mauro Donatone)

«“Antico” visto nel suo complesso è un contenitore di ricordi, profumi e calore umano lontano.
Contiene pelli vive umane e pelli ovine morte, che in un modo o nell’altro suonano entrambe.
Contiene echi, latrati e sibili ma, sopratutto, contiene umiltà, passione e anche se non si vede i colori ed i volti di persone laboriose, devote al sacrificio per la terra».

Lissie – My Wild West (Emanuela Vh. Bonetti)

«Un lavoro che nella sua interezza si mostra sognante e coinvolgente, nel quale non mancano episodi più spensierati (‘Sun Keeps Risin‘, ‘Daughters‘) che si contrappongono ad altri più profondi e confidenziali (‘Ojai‘). Un disco talmente piacevole da ascoltare più volte».

Nonkeen – The Gamble (Giuseppe D’Adamo)

«La loro storia comincia quando Berlino è ancora spaccata in due dalla dicotomia sovietico-occidentale di cui soprattutto ultimamente sentiamo tanto parlare e NilsFrederic e Sepp vivono in zone totalmente opposte. I primi due ad ovest, l’altro ad est».

Mothers – When You Walk a Long Distance You Are Tired (Emanuela Vh. Bonetti)

«[…] il lungo percorso intrapreso e la stanchezza che si prova sulle proprie spalle sono il fulcro della ricerca di Kristine Leschper. Una ricerca che per quanto possa essere pesante e filosofica, ci fa sentire, nonostante tutto, maledettamente vivi».

Lapingra – The Spectaculis (Chiara Cappelli)

«Non c’è che dire, dimostrano di saperci fare questi Lapingra, che oltre ad utilizzare strumenti di cui i più ignorano l’esistenza, come la cuica, l’otamatone o la sega musicale, amalgamano insieme suoni totalmente diversi creando atmosfere spesso sognanti, allo zucchero filato».

She Owl – Animal Eye (Simone De Maio)

«Gli She Owl propongono un sound originale che oscilla fra folk e pop nel quale sin dalla prima traccia, la voce profonda di Jolanda Moletta congiunge eterogenee influenze in musicalità omogenea».

Wu Ming Contingent – Schegge di Shrapnel (Raffaele Calvanese)

«Un lavoro ambizioso per la quantità di contenuti, la musica gli corre dietro, ma resta un viaggio che vale la pena fare».

Bruuno – Belva (Loris Taraborrelli)

«Un prodotto che merita un ascolto attento, ponendo maggiore concentrazione alle liriche.
Il tema di fondo è rappresentato dal riscatto nei confronti delle ingiustizie e delle decisioni prese senza troppe riflessioni, in modo istintivo: non vi resta che fare la stessa cosa, fidandovi e premendo il tasto play del lettore per ascoltare i Bruuno».

John Hollande Experience – John Hollande Experience (Mauro Donatone)

«Quello dei John Holland Experience è il rock che in Italia manca da almeno quattro lustri, quello che forse aspettiamo e cerchiamo da troppo tempo».

Gnut – Domestico (Francesca Amodio)

«Una bella prova di cantautorato diverso e allo stesso tempo piacevolmente tradizionale, innaffiato da una ventata di freschezza e dinamismo».

Mathì – Figura (Leslie Fadlon)

«Questo dei Mathì è un progetto interessante, un concept album che sceglie una raccolta di musica e di immagini in grado, assieme, di portarci di fronte ad un vero e proprio dipinto.
La prospettiva di ”Figura” è infatti in grado di proiettarci nell’immaginario di ben nove vite altrui, ognuna con la propria sofferenza e la propria felicità, ognuna con la propria espressione del senso del vivere stesso, che niente meglio della musica può raccontare».

Giulia Spallino – Giulia Spallino (Simone De Maio)

«Non può negarsi  il fascino esercitato dalle atmosfere create dalla vocalist  che , si ribadisce,  troverà  il giusto riconoscimento nel panorama musicale nei confini  nazionali e potrà aspirare a uno spazio nel panorama  internazionale».

Luigi Mariano – Canzoni all’angolo (Andrea Fiaschetti)

«Anche se Luigi Mariano si presenta (e ci presenta) questo disco in maniera semplice, l’ascolto dello stesso è tutt’altro che semplice.
Si tratta di un album che va comunque ascoltato più volte per riuscire ad assaporarne tutte le sfumature e sono convinto, dopo più ascolti, che anche quest’album avrà i suoi giusti riconoscimenti di critica e pubblico».

BADBADNOTGOOD – IV (Graziano Giacò)

«Immaginate un lungo vestito, intessuto di suoni accennati, tenuti nascosti, accuditi e poi lasciati liberi di sprigionare effetto immediato di dopamina da luna park mentale, cuore sudato che gronda elettricità e spolverate di fascinazioni desertiche ammalianti: questo è il lavoro dei BADBADNOTGOOD».

Winter Severity Index – Human Taxonomy (Massimo di Roma)

«L’adagio tassonomico di Simona Ferrucci e Giulia Romeo conduce solo ad una possibile conclusione: che a coprirsi bene, il prossimo inverno non sarà poi così freddo. Anche per merito di una musica che sgualcisce l’anima ma rappezza le crepe del cuore: anche grazie ai suoni – forse troppo intelligenti per il miserevole panorama musicale italico – delle Winter Severity Index».

L.A. Salami – Dancing With a Bad Grammar: The Director’s Cut (Emanuela Vh. Bonetti)

«Interessanti le percussioni, intima la chitarra e necessaria l’armonica. In poche parole, un disco da ascoltare assolutamente per aprirsi a nuovi orizzonti».

Khompa – The Shape Of Drums To Come (Massimo di Roma)

«Un lavoro che tuona, che spara, che devasta, che annoda, che incanta. È la specialità della casa, è il mood di Khompa, prode alchimista del battere».

Warhaus – We Fucked a Flame Into Being (Luca Nicoli)

«Warhaus realizza un disco complesso, affascinante e colmo d’eleganza. Un lavoro che conferma il grande talento di Maarten e ci regala un’altra faccia della sua complessa personalità. Ascoltatelo in macchina, mentre state guidando di notte in direzione di un luogo lontano: il risultato è garantito al 100%».

Ingranaggi della Valle – Warm Spaced Blue (Marco Maurizi)

«Questi Ingranaggi della Valle sono ben oliati, girano molto bene e producono un suono che poco ha da invidiare ad altre band prog-rock più famose del momento: il loro è un progressivo davvero di qualità, curato in ogni dettaglio, che dimostra come questi ragazzi ci sappiamo decisamente fare».

San Leo – XXIV (Daniele Fanti)

«Che il risultato possa essere sopra le attese si intuisce fin dai primi minuti. Durante tutto l’ascolto non si fa altro che confermare la sensazione iniziale. Un ottimo esordio con un album potenzialmente interessante anche per un pubblico “nuovo” rispetto a questo genere musicale».

Parranda Groove Factory – Notching But The Rhythm (Edoardo Biocco)

«[…] un complesso meltin pot, multicolore, multilingue, rischioso e a tratti difficile da apprezzare, ma non per questo di minor valore, è anzi portatore di un messaggio aggregativo che non può non essere apprezzato. A voler fare filosofia spicciola potremmo dire che è una musica di cui ha bisogno il nostro tempo».

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