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Wu Ming Contingent – Schegge di Shrapnel

«Una buona raccolta è il seguito di una buona semina»
Macché Licenza’

Schegge di Shrapnel” è proprio questo, la raccolta seguita alla semina di studio e scrittura su uno degli argomenti forse più sottovalutati e confusi della storia italiana: la Grande Guerra.
La forza del collettivo di scrittori Wu Ming, e quindi della sua costola musicale, il Wu Ming Contingent, con alla voce Wu Ming 2 è proprio il saper andare nella profondità delle storie e restituirle con facilità. Provate a controllare il loro lavoro sull’argomento Foibe.

Schegge di Shrapnel” il secondo album del Wu Ming Contingent e si inserisce in quel microcosmo musicale in espansione abitato dai Massimo Volume e dagli Offlaga di Max Collini.
Da Clementi i Wu Ming Contingent prendono l’abilità di raccontare mentre da Max Collini mutuano la forza delle argomentazioni.
L’album spazia dalle sonorità chitarra-basso-batteria alla dimensione elettronica, alterna momenti di melodia e sensazioni ansiogene a seconda dell’argomento trattato.
Schegge di Shrapnel” è un viaggio, faticoso come poteva essere tornare a piedi, senza stivali sulle Alpi innevate dopo una sanguinosa battaglia. E’ un disco che cerca un ascoltatore attento, a volte troppo conosciuto e amico. Il gioco è tutto lì, l’argomento trattato non è certo pop, per questo se decidi di affrontare un disco del genere devi dargli l’attenzione che chiede, solo così se ne potrà trarre il giovamento che promette.
Il momento migliore del disco è sicuramente ‘La tregua di Natale‘ dove si incontrano melodia e narrazione in perfetta armonia, ma tutto il disco è ricco di perle, di aneddoti e riferimenti. Impariamo come una persona che voleva evitare il fronte poteva farsi riformare tramite una ‘Tintura di Shrapnel‘ o come si usavano reprimere le contestazioni in quegli ani in ‘Come esempio sulla massa’.
La bellezza di un disco come “Schegge di Shrapnel” sta proprio nella caccia al tesoro e nei continui rimandi contenuti nelle liriche, come in un lavoro interattivo. In questo ricorda molti testi di Battiato in cui si nascondevano citazioni letterarie e indizi storici, spesso mischiati tra loro. Alcune persone, chiaramente malate di mente (musicalmente parlando) trovano queste cose entusiasmanti,  io forse, anzi sicuramente, sono uno di loro. Non è questo il disco che va ascoltato in sottofondo, ma va utilizzato come strumento di ricerca, come bussola in un momento storico spesso poco chiaro e conosciuto. E’ una mappa per orientarsi in anni bui e disastrosi.

Dalla loro i Wu Ming Contingent sono riusciti a trovare la formula giusta per racchiudere tutte queste storie in un disco breve, l’album dura infatti poco più di mezz’ora, ma la sua durata è ricca di intensità.
Va apprezzato anche il passo in avanti musicale rispetto al disco precedente, anche se a tratti il piano musicale e quello narrativo viaggiano a due velocità differenti.

Il disco ha nella sua ricchezza di spunti il suo punto di forza ed anche il suo tallone di Achille, rischia infatti di tener vicini gli ascoltatori avvezzi a questo genere di lavori e di respingere coloro i quali si avvicinano a dischi del genere in modo più superficiale.
Sì, perché è un disco che si articola su più livelli, che ha bisogno di più ascolti, di più ricerche, di molti confronti, di appunti lasciati qua e là da mettere insieme come pezzi di un puzzle per poter cogliere anche l’ironia pungente nascosta dietro un titolo come “Dulce et decorum est”.

Un lavoro ambizioso per la quantità di contenuti, la musica gli corre dietro, ma resta un viaggio che vale la pena fare.

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