Willie Peyote – Sindrome di Tôret

Certe Label fanno uscire tutti, sembra quasi un indulto
(‘Vilipendio‘ – Willie Peyote)

Willie Peyote, classe ’85, è di Torino – poi solitamente a questo punto delle recensioni si specifica in che categoria si colloca l’artista, ma in questo caso non è così semplice da dire.
Ad un primo ascolto del suo “Sindrome di Tôret” verrebbe da dire che è un disco rap, ma non è solo questo.
È un cantautore, certo, ma nemmeno questa definizione riesce a spiegare cosa sia la sua musica.
Di sicuro in “Sindrome di Tôret”, che segue il valido “Educazione sabauda”, il groove è protagonista.
La sezione ritmica è una base imprescindibile, si alternano brani funk con altri che sfociano nel jazz (vedi la coda di ‘Giusto la metà di me‘.).
A completare il quadro non manca neanche l’elettronica.

Il primo a tracciare questa strada è stato Ghemon, facendo tutto il giro ed approdando alla black music, portando in tour uno show fatto di rap suonato.
E sulla stessa strada sta camminando Willie Peyote, con una meta leggermente diversa.

Tutto l’album è un grande discorso scomposto in più parti che racconta cosa sia la libertà d’espressione.
Infatti, ad ascoltare i testi questo disco risulta attualissimo e probabilmente seguendo i corsi ed i ricorsi storici nella musica (e non solo) in questo paese potrebbe applicarsi anche ad altre epoche storiche.
Viviamo anni in cui i social network mettono a confronto linguaggi completamente diversi, ci sono i cinquantenni su Facebook ed i millennials che parlano lingue completamente diverse, affrontano gli stessi argomenti con approcci e codici lontani anni luce ma che sporadicamente si compenetrano.
In mezzo ci sono gli osservatori come Willie Peyote, che da questo scontro di civiltà espressive ha tirato fuori un disco che inizia con un brano che è quasi un proclama: ‘Devi imparare a dire no perché la gente parla a vanvera‘.

In ‘C’hai ragione tu‘ troviamo il featuring di Dutch Nazari, la canzone è una sorta di resa a tutti quelli che intendono il dialogo come un monologo. Dar ragione a questo tipo di persone è forse l’unico modo di uscire da una discussione con individui che non sopportiamo più – «Leccate la matita copiativa l’ha detto pure Piero Pelù…».

In qualche modo questo di Willie Peyote è un disco corale.
Troviamo infatti la partecipazione elettronica di Jolly Mare in ‘Donna Bisestile’ ed anche vari spezzoni tratti dai monologhi di Giorgio Montanini (uno dei maggiori protagonisti della stand-up comedy italiana) in coda a ‘C’hai ragione tu‘ e ‘7 Miliardi‘.

«Il limite è letica o la vergogna?» è la domanda da un milione di dollari in ‘Metti che domani‘, pezzo tirato e dall’impostazione quasi dance.
Il punto di forza su cui gira la musica de “La sindrome di Toret”, pubblicato dall’etichetta 451 con distribuzione Artist First, è la schiettezza con cui si trattano molti argomenti senza mai renderli pesanti a chi ascolta.
La leggerezza è un’arma se usata alla maniera spiegata da Calvino in “Lezioni americane” e non intesa come disimpegno a tutti i costi e Willie Peyote ha scelto la prima strada.
Poi i suoi testi sono una cartucciera di aforismi da potersi giocare in ogni occasione.

La coprolalia è il sintomo più pubblicizzato della sindrome di Tourette: indica la tendenza a dire parolacce o comunque a parlare senza freni inibitori.
Tutto il disco è un percorso nell’incapacità di stare zitti e nel titolo storpiato si usa il gioco di parole con i “Toret”, delle fontane a forma di Toro presenti a Torino.

Vilipendio‘ è un compendio di tutto quello che spesso si avrebbe voglia di dire sugli artisti emergenti italiani.
«Genio, rivelazione, anche se sembra Umberto Tozzi che ha sbagliato maglione», «La black music italiana è nera come Conti» e la canzone continua così per quasi tre minuti non perdendo un colpo.
Vero e proprio manifesto per quelli che dicono che stiamo vivendo una bolla in cui lo storytelling ha sostituito lo scouting di veri talenti.

Il disco si chiude con ‘Vendesi‘, in cui troviamo la tromba di Roy Paci: qui si parla di sentimenti e di amore, ma sempre senza remore o testi patinati – «magari tu sei incinta e lui sarà un ottimo padre, magari tu sei finta come il pezzo dell’estate…».

La “Sindrome di Tôret” è uno sfogo che coinvolge molti di quelli che lo ascolteranno.
Dalla sua ha un livello nei testi quantomeno sopra la media di alcuni degli emergenti più in voga e suona senza sbavature, resta difficile incasellarlo in una categoria precisa ed è forse questa la sua qualità maggiore.
Willie Peyote ha scritto un disco pieno di spunti e di idee, spesso solo accennate altre volte più compiute.
A tratti è forse un po’ troppo curato e di tanto in tanto perde l’urgenza che emerge dalle liriche per questo lascia la curiosità di essere ascoltato dal vivo per un giudizio definitivo che per ora è comunque sopra la media.

 

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