VonDatty – Ninnenanne


La “Trilogia della Notte”, così come viene definita, evidentemente non può che essere riassumibile in un continuo peregrinare i cui obiettivi, anzichè seguire un’unica linea, finiscono sempre per trovarsi di fronte a bivi che, qualsiasi sia la direzione scelta, portano ad un incremento della propria ispirazione.
Più di qualcuno diceva, a ragione, che la notte portasse consiglio, ma di certo non solo quello, considerando quanto sia stato importante “Diavolerie”, in sole sei tracce, come inizio di avventura, viste le ottime premesse di cui disponeva, frutto della lezione del togliere per aggiungere, e “Madrigali” affrontasse un’avventura di mezzo estendendo non poco il proprio bagaglio sonoro e sfoggiando un songwriting riconoscibile e di grande fascino.

Non vi è esagerazione nel dire che VonDatty abbia saputo ritagliarsi il giusto spazio e con esso fare la differenza tra i tanti personaggi emersi, più che in Italia, nel solo Lazio nell’arco degli ultimi dieci anni, e considerata l’alacre lavorazione a cui è stato sottoposto questo “Ninnenanne” non ci si trova affatto di fronte ad un fuoco di paglia, ma ad un altro passaggio fondamentale tanto relativo allo stesso quanto alla band che da sempre lo accompagna, in particolar modo tenendo conto del modus operandi di cui si è servito proprio uno di loro, il tastierista ed arrangiatore Fabio Martini: la sua mano fa di questo terzo capitolo probabilmente il maggiormente intricato della carriera del ragazzo di Tivoli, in cui alle influenze che da sempre infestano la mente da atipico, mai platonico, sognatore vanno di pari passo quanti e più richiami agli artisti che in qualche modo ne hanno favorito la formazione.

Ci sono le murder ballads, che passano dal serrato dark-folk della galoppante ‘Grigioperla‘, ideale rappresentazione di un amore malinconico, alla totale devozione all’universo di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, nella fattispecie proprio le “Murder Ballads” datate 1995 e soprattutto ‘Henry Lee‘, della quale parrebbe essere un po’ figlia, tra i suoi arpeggi ed i continui nastri rovesciati nella chiosa, ‘Il profumo‘, non solo perché a fare la parte che fu di P.J. Harvey è l’amica Sara Mun con il suo angelico controcanto, c’è una possibile simpatia rivolta ai Beach Boys di “Pet Sounds” ma con molti meno richiami alla componente estiva tanto cari ai fratelli Wilson quando si ascoltano i giochi organistici di ‘Non credere ai fiori‘, un possibile velo di Farfise che strappato rivela degli Hammond, ma c’è anche ‘Dalla carne‘, soffusa ballata che abbozza uno spoken word e la cui ossatura jazz potrebbe non dispiacere affatto a Paolo Conte, senza per questo omettere dal discorso ‘La parte mancante‘, ideale sorella maggiore sospesa tra loops di note che lasciano sfogo ad intrusioni ipotizzabili come post-rock, pur senza affatto togliere di mezzo il pianoforte; momenti che sono ovviamente in buona compagnia, a cominciare dall’antitesi tra apertura e chiusura del lavoro, che vede l’uso di dinamiche di natura noise e lo-fi, come lasciano intendere le rumorose intrusioni, come degli echi ectoplasmatici, al centro di ‘Prima ninnananna sulla terra‘ scontrarsi con una conseguente ‘Prima ninnananna sottoterra‘ che, nel suo risultare sommessa, porta con sé la musica da camera ed i Nine Inch Nails più malinconici, a metà tra “The Downward Spiral” e “The Fragile”, con un occhio rivolto in primis verso il primo, ma non sono da meno la breve parentesi introspettiva di Il peso delle labbra, le possibili immersioni pop divorate da chitarre funky ed incalzanti giri di basso nel corso di ‘Ad ogni piccola morte‘ ed il rock luciferino ed allucinato che attraversa l’esperienza mnemonica e lisergica di ‘Wonderland‘, ennesima rappresentazione di un’altra delle tante facce possibili dell’Alice carrolliana, ma che mantiene i propri germi infestando le atmosfere popolane in levare, con annesso coro in festa, di La pietà, invettiva che non a caso presenta come seconda voce quella di Daniele Coccia (Il Muro Del Canto, Surgery).

L’apparente osticità è solo un’illusione: VonDatty sa benissimo cosa significhi sfruttare il talento e studiare attentamente le proprie mosse e la “Trilogia della Notte” vede in “Ninnenanne” una più che consona chiusura e soprattutto un disco ineccepibile, che necessita la giusta considerazione e che in una situazione sì proficua sotto certi aspetti ma sotto altri ancora piuttosto frammentata e non sempre con i venti completamente favorevoli costituisce un segnale di aria fresca.

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