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The Dwarfs Of East Agouza – Bes


Maurice Louca: compositore egiziano, manipolatore di beats e tastierista, appassionato di musica mediorientale e free jazz.
Sam Shalabi: chitarrista canadese compositore di moltissime colonne sonore di film indipendenti e membro fondatore dei Shalabi Effect e Land Of Kush.
Alan Bishop: contrabbassista e sassofonista americano, appassionato di tradizioni mediorientali e fondatore dei Sun City Girls.

Nel 2012 ad Agouza, distretto di Giza, periferia del Cairo, questi tre musicisti si trovano a condividere lo stesso appartamento e decidono di unire le proprie forze creando un nuovo progetto che possa sposare in qualche modo la tradizione musicale del medio oriente, con la psichedelia e l’improvvisazione.
I tre trovano terreno fertile nella Nawa Recordings, etichetta indipendente fondata a Londra nel 2011 dal polistrumentista inglese di origine siriana Khyam Allami con lo scopo di diffondere la nuova scena alternativa araba.
Sebbene non sia proprio un’etichetta prolifica (4 album pubblicati in 5 anni) la Nawa si distingue per la grande portata qualitativa e culturale della sua proposta musicale, ispirata dal punto di vista del controllo di produzione e qualità, dall’integrità della Dischord di Ian MacKaye.
L’album registrato dal trio per la Nawa prende il nome dal dio nano della mitologia egizia, Bes, protettore delle famiglie, difensore del bene e nemico del male.
“Bes” è il primo album registrato sotto la ragione sociale di The Dwarfs Of East Agouza, una contaminazione tra oriente ed occidente che produce un coacervo sonoro di grande suggestione. L’apertura di ‘Baka of the Future‘ già lascia intravedere quello che sarà il filo conduttore dell’album, con il loop percussivo tribale di Louca ad avvolgere e creare una fitta ragnatela su cui possono rincorrersi ipnotici e liberi da costrizioni il basso di Bishop e la chitarra di Shalabi.
È un viaggio tra dune desertiche ed asteroidi siderali, una sorta di psichedelia etnica che lascia molto all’improvvisazione e al flusso emozionale dei musicisti, come nella miglior tradizione del genere.
Ancora le percussioni reiterate a tirare le fila della successiva ‘Clean Shahin‘, che parte in maniera quasi sommessa, con la chitarra ed il basso a farsi via via sempre più vigorosi, ipnotici ed insistenti mano mano che il minutaggio aumenta.
Where’s Turbo?‘ è il terreno perfetto su cui la chitarra di Shalabi può improvvisare ruvida, contorcersi, ed esplorare tutto il suo immaginario psichedelico prima di lasciare il posto ai bordoni che traghettano la seconda parte del brano fino alle rive del Nilo, prima che la chitarra possa riprendersi il suo ruolo di protagonista nei quattro minuti finali.
La contaminazione tra strumenti e suoni della tradizione araba con l’elettronica europea aveva già convinto con gli esperimenti del libanese di stanza a Montréal Radwan Ghazi Moumneh aka Jerusalem In My Heart, ma qui l’asticella forse si sposta ancora più in alto, tra suggestioni kraut, spiritual-jazz e cavalcate psichedeliche a dorso di cammello.
Hungry Bears Don’t Dance‘ non è altro che uno scuro ed ipnotico interludio percussivo, che presenta un gran duello tra l’organo di Louca e la chitarra di Shalabi, prima di lasciare spazio alla breve (visto il minutaggio medio delle tracce del disco) ‘Resinance‘, che porta in dote oscure allucinazioni a colpi di basso e percussioni.
A chiudere il tutto ci pensa la maestosa ‘Museum of Stranglers‘, 35 minuti divisi in tre parti solo nella versione vinilica, dove tutto quello che abbiamo sentito fino a quel momento si espande in un flusso lisergico ed estatico, un’esperienza magica ed immaginifica da fare aprendo mente ed orecchie.
Ascoltatelo al buio lasciandovi trasportare dal cammello nel deserto, su una barca sul Nilo, fino a decollare nel cosmo senza più tempo ne spazio: non ve ne pentirete.
“Bes” già si candida da adesso come uno dei dischi dell’anno.

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