Sun Club – The Dongo Durango

Mikey Powers (voce e chitarra), Shane McCord (chitarra), Adam Shane (basso), Kory Johnson (tastiere e percussioni) e Devin McCord (batteria) sono 5 ragazzi tra i 19 e i 22 anni che hanno scelto un nome programmatico per la loro band, quello di Sun Club. Vengono da Baltimora, nel Maryland, culla di un certo dream-psych-pop (basti pensare a Beach House, Future IslandsAnimal Collective), e si sono fatti un nome suonando un po’ ovunque negli Stati Uniti ed in Europa nell’ultimo anno.

La press release della loro etichetta, la ATO Records, li presenta come un gruppo che «ama destrutturare canzoni pop in maniera gioiosa», ed ancora «che riesce a veicolare la musica dei loro concittadini Future Islands e Dan Deacon insieme alle loro influenze musicali che passano dai Devo ai Beach Boys passando per i The White Stripes».
Non nascondo che la cosa mi ha interessato e stuzzicato, visto che il gruppo si è fatto le ossa suonando covers proprio della band di Jack White ed ha anche aperto alcune date per i Fat White Family, band che personalmente apprezzo molto per la loro attitudine “politically incorrect”, sgraziata e coinvolgente allo stesso tempo. La copertina del loro debutto intitolato “The Dongo Durango” è un tripudio di colori, una giostra dove ruotano pupazzi allegorici ed un po’ kitsch. Giostra che si mette in moto lentamente appena la puntina scende sui solchi e arriva alle orecchie una risata sgraziata mescolata a rumori di folla, seguiti dai primi tocchi di synth che fanno confluire la breve apertura di ‘Glob‘ nella frenesia pop di ‘Summer Feet‘.
Dopo pochi minuti appare subito chiaro il filo conduttore che lega tutte e 11 le tracce dell’album dei Sun Club: un colorato, caleidoscopico mulinare pop condito da cori solari, ritmiche impazzite, immerso in un’atmosfera tropicale e di gioioso divertimento. Fino a qui non ci sarebbe nulla di male, visto che la giostra comincia a muoversi a pieno regime giá nella successiva ‘Worm City‘, dove c’è anche spazio per un rallentamento percussivo e tribale che riesce per un istante a coinvolgere ed affascinare.
Ma i ragazzotti sono troppo presi dal loro mood pop-casinista-tropicale per accorgersi che ben presto il giochino viene a noia. E non basta una ‘Carnival Dough‘ arrangiata in maniera meno caotica del solito, perché subito dopo con l’organetto di ‘Beauty Meat‘ i cinque provano a piazzare un ritornello di quelli memorabili, invitando chiunque a ballare sotto il loro palco. Peccato che dopo i primi tre salti si comincia a sbadigliare un po’.
Le seguenti tracce si inseguono senza senza soluzione di continuità e sembrano somigliarsi un po’ tutte: colorate sì, a volte divertenti, per carità, ma senza nulla che rimanga in testa mentre le millantate influenze dei Devo e dei The White Stripes rimangono ben chiuse nel cassetto dei ricordi.
Il paragone più azzeccato sembra essere quello tra i Sun Club e i concittadini Animal Collective, ma questi ultimi si sono sempre dimostrati più disinvolti e affascinanti nella loro creazione di festosi caroselli di tastiere e percussioni, ipnotizzando spesso con le loro armonie vocali.
Forse solo ‘Dress Like Mothers‘ rallentando un po’ il ritmo festoso si dimostra più interessante e meglio costruita. Tra i coretti di ‘Puppy Gumgum‘ ed il gran finale di ‘Tropicoller Lease‘ – che tenta una volta in più di catturare l’attenzione tra giri tropical-psych di chitarra ed una ritmica che ci gira incontro ora ipnotica, ora tribale – va a sfumare un album che si snoda senza pausa tra un brano e l’altro, senza che le melodie ed il riverbero della voce di Mikey Powers siano riuscite ad incidere come avrebbero voluto.

Il tono delle interviste concesse dai cinque (perennemente deviato verso il divertimento scazzato) non aiuta certo ad aumentare la credibilità della band anche se il loro entusiasmo giovanile è assolutamente comprensibile.
Dopo diversi ascolti rimane solo l’ossessiva ricerca di melodie e di ritornelli che possano attirare il grande pubblico. L’età è dalla loro parte, chissà se troveranno il coraggio e l’ispirazione per far progredire e veicolare meglio il loro caleidoscopio sonoro. 

2 Comments

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  1. […] i Sun Club, di cui avete letto poco tempo fa qui sul vostro sito di riferimento. Americani, simpatici, giovanissimi, peluria di baffetti mai […]

  2. […] Recensione scritta per Oca Nera Rock […]

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