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Paolo Benvegnù – Earth Hotel

Paolo Benvegnù è un artista che non ci meritiamo.
E’ uno dei più bravi parolieri e musicisti in circolazione nel panorama italiano, ha scritto un pezzo fondamentale dell’alternative rock negli anni ’90 con gli Scisma mischiando con gusto pop, rock, jazz e new wave.
I suoi testi sono esempio virtuosissimo di come delle immagini che si schiantano una contro l’altra possono generare un senso nuovo, caposcuola di un certo tipo di cantautorato più torbido e sensuale nel senso estetico del termine.
Una calma serafica che nasconde un turbinio di ira e amore, un sentimentalismo distaccato.
Paolone, come in confidenza lo chiama il suo pubblico, è in realtà un trascinante showman (e chi lo ha sentito dal vivo lo sa bene), un attore e performer che usa la musica come mezzo di comunicazione (ha collaborato con Bollani in spettacoli teatrali, ha inventato un concerto-cena in cui i musicisti si riciclavano camerieri) e brillante e lucido osservatore della realtà e del mercato musicale, autore e produttore (Irene Grandi e Üstmamò tra le tante collaborazioni).

Ma direi di finirla con queste moine, avete già capito quanto io sia fan di Benvegnù.

Ogni album di Paolone è un colpo al cuore, un romanzo struggente e una fotografia precisa e allo stesso tempo vaga: la società, i rapporti umani, l’amore (onnipresente e declinato in ogni dolorossissima versione)… i temi della grande cultura del songwriting, ovvio, ma riarrangiati con una musica tutto tranne che smielosa e con parole crude e tremendamente nitide.
E anche questo Earth Hotel , a tre anni di distanza dal precedente Herman, non ne vuole fare a meno: questa volta, come suggerisce il titolo, si parla dei non luoghi. Le stanze dell’hotel del mondo, piccole e silenziose, oppure grandi e dispersive.
Dove si fa un amore strano, lascivo e drammatico. Un misto tra Battiato e i Radiohead.

Il disco si apre con una trascinante Nello spazio profondo, che dopo una piccola e straniante (complice un suono iniziale tipo quello dei film sci-fi anni settanta) introduzione, un bellissimo quasi speaking su base quasi dance con rallentati catartici. Il brano è lungo e ossessivo, parla di tutte le piccolezze della vita che probabilmente non si riescono a vedere dallo spazio profondo. Il singolo, Una nuova innocenza, è la richiesta di redenzione di un padre-marito-amore nei riguardi di una figura femminile che indegnamente non riesce a venerare come si merita. Una ballata lentissima con un perenne sottofondo elettronico e arpeggi strazianti.

Nuovosonettomaoista è un vero è proprio testo teatrale, recitato, canto, un’inquisizione totale e rabbiosa contro la politica dell’apparenza e delle critiche da bar. Una critica anti-politichese. Ricorda una versione sotto LSD di De Andrè mischiato ai Bluvertigo. Una struggentissima e ritmata Avenida Silenzio, calma e lenta come una domenica pomeriggio. Calda e silenziosa in periferia. Un piccolo intermezzo in inglese che ricorda alcune cose di Eddie Vedder, per scoppiare in un poliglottismo corale che esplode come un rock jezzato molto deciso mentre un ennesimo recitativo sui deliri di un hammond in reverse imperversa sul finale.
Life, è una ricercatissima ballad chitarra arpeggiata e brillante, un piccolo capolavoro da ascoltare in auto quando piove. Feed the Distraction è invece la tipica canzone a-là Scisma: arpeggio orecchiabile e allo stesso modo straniante, un andamento sostenuto e piccoli rallentati sui rallentati (mentre echi di qualche effettistica fanno da controcanto). Stefan Zweig, dedicata al poeta e drammaturgo, è soffusa ed eterea.
Non conoscevo questo autore, ma adesso dopo una rapida occhiata ad alcune delle sue opere (che vi consiglio), posso dire con certezza che molta della poetica di Paolone viene da qui.
Divisionisti invece è un pop d’autore con orchestra e cona batteria che riempie con un ritmo rascinante che viene contrappuntato perfettamente dalla voce profonda di Paolo.
Orlando è medievale, andamenti apreggiati e melodrammatico, chiaramente influenzata da Tenco e quel cantautorato malinconico, mentre Piccola pornografia urbana deve la sua quadratura agli echi elettronci minimali e di certe atmosfere cubber.
La voce di Paolo Benvegnù è affascinante, bassa, matura.
Hanna e le sue atmosfere western e viscerali compongono una ninnananna storpia e calda… che diventa una dolcissima ballad con pianoforte ed effettistica di chitarre. Una canzone d’amore di quelle che non se ne sentono spesso.
Sempiterni sguardi chiude il disco con un’amara e travolgente considerazione, energia musicale e paura.

Come Paolo Benvegnù stesso spiega nel suo booklet del disco: “Una riflessione profonda e ammaliante, senza sconti, lucida ed appassionata, carica di amore, necessità irrinunciabile che l’artista persegue con l’ostinazione di un capitano che, senza bussola, affida alla propria intuizione e alle stelle la sua rotta.”

 

1 Comments

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  1. […] “Earth Hotel” l’avevo comprato in un centro commerciale, trovato fuori posto, un’unica copia sugli scaffali sbattuta da qualche parte alla lettera sbagliata (manca la targhetta divisoria con scritto “Benvegnù”?). Già qui c’è tutta una metafora su quale posizione ha Paolo Benvegnù nei gusti nazionalpopolari. Il titolo dà un senso supplementare: abitiamo il pianeta come o quanto un hotel, seconda suggestione per perdersi nell’ascolto di canzoni che scavano sempre più profondo, cercano sempre più in alto. […]

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