Old Scratchiness – No Shape


“No Shape” è la nuova uscita degli Old Scratchiness, gruppo modenese formatosi attorno al 2010 dall’idea di Alessandro Degl’Antoni (voce e chitarra) e Federico Caroli (basso).
Dopo varie vicissitudini che comprendono anche lo scioglimento del gruppo nel 2013, a gennaio 2015 gli Old Scratchiness registrano presso i Kaze Studios quello che loro stessi definiscono il primo full lenght ufficiale con la formazione che vede sempre presenti i due membri fondatori ai quali si aggiungono Alex Cavani (chitarra) e Stefano Roncaglia (batteria).

Partendo all’ascolto di “No Shape”, il primo pensiero che mi sovviene è che più che un full lenght sembra un Ep: il lavoro è infatti composto da sole cinque tracce ed ha una durata di circa 30 minuti.
Il secondo pensiero è che la descrizione del genere rilasciata dalla band nei propri social («stoner/hard/sludge/psychedelic; lugubre e violenta alchimia tra potenza sonora ed elevazione spirituale»), non è proprio azzeccata del tutto.

“No Shape” è un insieme  di tracce senza nessuna punta di diamante e con tante influenze diverse, che non hanno una connotazione ben precisa e che all’ascolto sono molto più commerciali di quello che ci si aspetta – anche se ciò non deve essere necessariamente visto come un dato negativo.
Con l’avanzare delle tracce il suono già poco definito diventa comunque sempre meno potente, portando inesorabilmente ad un calo dell’attenzione.

Apre il disco ‘Spleen‘, un brano in cui più che strizzare l’occhio all’hard o allo sludge, la band ricorda in maniera preponderante il rock metal dei Lacuna Coil, con una parte centrale rallentata seguita in coda da un “rumoroso” assolo di chitarra.
Shapeshifter‘ si discosta molto dall’opener del disco, e dopo una intro singhiozzante si appoggia su sonorità tipiche del grunge, sostenute soprattutto dal basso di Caroli, per poi subire una variazione nella seconda e migliore parte del brano, in cui i passaggi sulla chitarra diventano più protagonisti.
Segue ‘The Sower‘, la traccia più complessa e godibile del disco, forse la meno scontata e la più sincopata, in cui finalmente viene fuori un po’ della decantata oscurità della band.
Con ‘Giant‘ il disco ritorna a rallentare, il suono della chitarra assume connotazioni più stoner; è comunque un brano lento e ripetitivo, in cui mancano l’ansia e la tensione, che stentano a sbocciare salvo avere dei guizzi interessanti quando Degl’Antoni fa emergere una voce sporca.
Chiude il disco ‘The Room Of 1000 Clocks‘, il brano più lungo del disco (nove minuti circa) in cui è interessante l’utilizzo del flauto traverso di Alex Cavani.
Un brano coraggioso, in cui gli Old Scratchiness hanno cercato di sperimentare dando il tutto per tutto: peccato che il risultato finale risulti un po’ troppo anonimo o forse acerbo.

“No Shape” è un disco pieno di intenzioni, purtroppo non mantenute, e rivela una band che ha del potenziale e alcuni buoni spunti ma che ancora ha tanta strada da fare.

katia (edorian) egiziano

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Mi definiscono una persona sopra le righe, forse è davvero così, non mi sento imbrigliata in alcun genere, quando si parla di musica sono "onnivora". Ogni singolo momento della mia vita è legato ad un brano, quando mi sveglio la mattina a volte il mio cervello canta

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