Masai – Che problema c’è?

Fumo negli occhi e un pizzico di sana pazzia.
Che problema c’è? Hai paura di liberare la bestia che si nasconde dentro di te?
I Masai da Torino sollevano queste domande con una certa disinvoltura, descrivendo la realtà così com’è, senza peli sulla lingua. Magari aiutati da un po’ di sana ironia.

Dalìa ne è il primo esempio: intro orecchiabile quanto basta, una bella strofa enigmatica, un ritornello assente.
La prima traccia lascia spazio alla seconda (avete visto che perspicacia?), Heinlein: il rullante ci prepara ad un delirante riff di chitarra inseguito affannosamente da una voce in preda ad una crisi di nervi.
Limitarsi ad elencare un numero spropositato di azioni messe lì a caso risulta un buon modo per denunciare la situazione dell’individuo nella società di oggi. Del resto, non è nient’altro che l’insieme di quelle stesse capacità richieste dalla società, no?
«La specializzazione va bene per gli insetti», non per gli uomini: il lavoro non offre la possibilità di affermare la propria personalità, siamo in balia del progresso e della necessità di inserirci in un determinato settore.
Tutto ciò ci rende nient’altro che degli insulsi insetti, la cui epilogo è quella di finire schiacciati sul parabrezza di un auto.

Un sound difficile da identificare, quasi il risultato di una ipotetica jam session fra artisti appartenenti a sfere musicali totalmente diverse fra loro e che confluiscono in una matrice prettamente rock.
«Può essere una convinzione, per la quale vale la pena morire» quella di seguire degli schemi prestabiliti, proponendo un certo target musicale.
Non è il loro caso, è vero, però questa presa di posizione rischia di rappresentare il tallone di Achille di una band dal sound limitato ed impersonale.
I testi dei Masai rappresentano invece a mio modesto parere un buon punto di forza: innumerevoli chiavi di lettura, una innegabile ricchezza di contenuti retta da una certa sornionità che non sta mai male.
Una raccolta di poesie messa in musica, o qualcosa di più?

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