Local Natives – Sunlit Youth


Una folata di rock a metà strada fra l’elettronico e l’indie con un retrogusto dolciastro molto anni ’80: ecco cosa ci portano i Local Natives direttamente dalla California, concludendo l’estate con l’uscita del loro terzo album “Sunlit Youth”.
Giocano molto con sintetizzatori ed elettrificazioni varie, si spostano efficacemente da una dimensione intimista ad una più spiccatamente commerciabile, se proprio non si vuole usare la parolaccia “commerciale”.
Creano il loro stille attingendo un po’ dalla succitata musica degli anni ’80 (almeno nella scelta delle sonorità), e in parte rivolgendo lo sguardo al beat dei guru Daft Punk, aggiungendo giusto quel tocco lamentoso e alle volte trascinato che smorza i toni, e che fa tanto Miami Beach al tramonto.

Forse proprio questo tratto così “chill” anziché alleggerire l’ascolto, appesantisce l’orecchio e, specialmente nella seconda metà dell’album, fa risultare il tutto quasi confuso e inserito in modalità eccessivamente altalenanti fra l’aspetto acustico e quello elettronico della sonorità dei Local Natives.

Sunlit Youth” si configura come una sequenza di canzoni che, senza nessuna pretesa, ricreano bene l’atmosfera da aperitivo di mezz’estate, senza apparentemente voler andare oltre, accomodandosi su paradigmi che non fanno gridare al miracolo, ma che neanche disturbano eccessivamente l’orecchio. L’impressione che ho avuto è stata quella di uno studente che si accontenta del cosiddetto diciotto politico, che ci si trova pure bene, e che tutto sommato in sede d’esame continua a ripetere sempre le stesse nozioni appiccicate: si poteva fare di meno ma meglio, a mio modo di vedere. La cosa che mi ha ulteriormente colpito (e che probabilmente ha influito maggiormente sul mio giudizio) è il fatto che questo non sia un lavoro d’esordio, bensì il terzo capitolo nella storia dei Local Natives, e forse da un gruppo che ha accumulato esperienza ci si aspetta un album diverso da “Sunlit Youth”, un album in cui il “mestiere” dovrebbe emergere sul piano della tecnica compositiva piuttosto che su quello dell’arte di allungare il minutaggio.

Tutto da buttare quindi?

Non direi (alcune tracce, come ‘Dark Days’ sono decisamente all’altezza), ma resta sempre il più classico dei commenti da fare in questi casi: i ragazzi studiano, ma non si applicano.

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