LADY BLACKBIRD – Black Acid Soul

Una malinconica poesia che abbraccia l’anima

“Black Acid Soul” è l’album che tutti dovrebbero avere nella propria libreria musicale

Il jazz campa di stereotipi: troppo difficile da comprendere, troppo vasto nelle sue infinite sfumature.
Eppure, volendo tralasciare i grandi nomi della storia passata (Coltrane, Ellington e Holiday, giusti per citarne una manciata), oggi è impossibile non apprezzare oggettivamente alcuni esponenti della scena contemporanea.
Forse perché sono meno complessi?
Sicuramente si tratta di artisti diversi, le cui sonorità risultano più vicine agli ascoltatori anche grazie alla fusione di elementi classici ad influenze più attuali.
Il processo evolutivo del suono, in questo senso, rende l’ascolto più accessibile, meno elitario e, di conseguenza, più famigliare.
Tra gli esponenti di questa nuova ondata musicale, Lady Blackbird è una che non passa inosservata.
Marley Siti Munroe all’anagrafe, americana del New Mexico, al suo esordio ci ha regalato una bellissima perla.

Il suo “Black Acid Soul” è un album piacevolmente intenso, carico di pacate contrapposizioni. Sonorità vintage, più o meno delicate, sostengono la vocalità avvolgente di Marley restituendo all’orecchio un racconto triste ma mai pesante.
La dolcezza con la quale Lady Blackbird interpreta i brani mette in luce le sue doti: un’anima soul che strizza l’occhio al nu jazz, all’R’n B e alle radici più profonde della musica Afro.
Le parole sono ferite aperte che narrano storie di schiavitù e abusi, eppure nella narrazione si percepisce una forza illuminata (ed illuminante) che coinvolge e crea un legame tra l’artista ed il suo pubblico. 

All’ascolto, il senso di leggerezza che ci regala l’album fa socchiudere gli occhi e c’è spazio per sognare.
“Black Acid Soul” è uscito nel 2021 ma da poco ne è stata rilasciata una versione deluxe composta da due dischi.
Il secondo comprende una raccolta di singoli e cover reinterpretate con grande personalità – degna di nota ‘Did Somebody Make a Fool Out of You’, brano del ’76 di Tony Joe White.

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