Header Unit

Jennifer Gentle – Jennifer Gentle


A nove anni dall’ultimo disco ritornano con un corposo album omonimo i Jennifer Gentle, la band di Marco Fasolo impegnato fino a poco tempo fa in tour con gli I Hate My Village.
Per chi è avvezzo alle dinamiche nostrane, ma anche per chi non lo è, i Jennifer Gentle rappresentano da sempre una delle realtà musicali italiane più brave nel catturare lo spirito alla base del concetto di musica internazionale.

Beautiful girl‘ e ‘Love You Joe‘, tanto per fare i primi due esempi, potrebbero stare tranquillamente nella colonna sonora di “C’era una volta ad Hollywood”.
Il disco si muove tra le sonorità tanto care ai Flaming Lips, passando per Prince fino ad arrivare ai Beach Boys più sperimentali di Brian Wilson (vedi alla voce ‘Only in Heaven‘).
Il singolo che ha anticipato l’album, ‘Guilty‘, è una spremuta di tutto quello che possiamo trovare scorrendo la tracklist composta da ben 17 brani e vede alla voce Folake Oladun, già apprezzata leader della band funk – rock Hit Kunle della scuderia Bello Records.

Non fu un caso se nel 2005 la band padovana fu la prima formazione italiana ad approdare nella scuderia di Subpop, una delle più stimate etichette di musica indipendente del mondo.
Da allora è comunque passato un po’ di tempo e il tipo di musica che aveva segnato l’inizio della parabola dei Jennifer Gentle è un po’ cambiata, come se con questo disco alcuni ardori si fossero spenti e si fosse approdati in un porto sicuro in cui non sono venuti meno coraggio e attenzione per i dettagli ma di sicuro la musica ha virato verso uno scenario di riferimento meno rumoroso.
L’album omonimo è un lavoro impegnativo e per certi versi controcorrente in un tempo discografico in cui assistiamo al ritorno del singolo, piuttosto che alla forma album come via di pubblicazione preferita dalle case discografiche ed anche dal pubblico.
Marco Fasolo e compagnia invece si buttano nella mischia con un disco capace di mettere insieme anche esplorazione più dark come ad esempio i brani ‘Temptation‘ o ‘My Inner self‘.
Una cavalcata nei tardi anni ’60, quelli più lisergici, capaci di proiettare mondi fatti di colori sgargianti sulle pareti dei nostri padiglioni auricolari.

Un disco che ha il coraggio di provare una produzione musicale meno patinata senza mai perdere il contatto con l’ascoltatore.
L’album è colmo di canzoni che potrebbero essere potenziali singoli, certo non propriamente brani da heavy rotation per very normal people, ma la lunga attesa per il nuovo disco della band padovana è stata ben ripagata da un disco che racchiude in sé una vena compositiva ancora prolifica, capace di portare nel nostro paese quello sguardo sensibile e spregiudicato che ti fa abbandonare la via più battuta per inoltrarti nella selve più oscure della sperimentazione.
Non è un caso se la band prenda il nome da una strega citata in una canzone dei Pink Floyd dell’epoca di Syd Barrett.

0 Comments

Join the Conversation →