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Fluxus – Non Si Sa Dove Mettersi


I Fluxus sono senza ombra di dubbio tra i segreti meglio nascosti di quella giungla inestricabile che è la scena rock italiana.
Il collettivo autodisorganizzato (come amano definirsi) si è formato nel 1991 a Torino, pubblicando il primo disco tre anni più tardi.
Le coordinate sono sempre state ben chiare, un noise rock originale e potente, coraggiosamente cantato in italiano, che dalla nascita al 2002 il gruppo ha saputo spalmare su altre tre uscite più un disco registrato nel 2005 ma mai pubblicato, intitolato “Satelliti e Marziani”.

Il silenzio calato sulla sigla Fluxus da quel momento in poi non hai mai voluto dire scioglimento, ma semplicemente una pausa, seppur lunga, di riflessione.
Dopo 10 anni sono tornati on stage nel corso del 2017 per un paio di date di riscaldamento, e le giunture dei componenti del gruppo non devono essersi rivelate così arrugginite se i tre membri storici Franz Goria (voce e chitarra), Luca Pastore (basso) e Roberto Rabellino (batteria) insieme al nuovo Fabio Lombardo (chitarra), hanno deciso di entrare in studio per la registrazione di un nuovo album in studio.

«È stato un processo naturale», ha detto proprio Goria, «avvenuto quasi inevitabilmente. Ci siamo ritrovati a distanza di anni con la curiosità di vedere come sarebbe stato suonare di nuovo insieme. Ci abbiamo provato e le canzoni sono nate spontaneamente».

La modalità di registrazione e distribuzione del nuovo disco è stata perfettamente in linea con lo spirito storico di completa libertà artistica della band: undici brani registrati in presa diretta ed autoprodotti.
La pubblicazione (vinile in 300 copie numerate) è avvenuta grazie ad una campagna di crowfunding lanciata qualche mese fa su Musicraiser.
Il titolo dell’album “Non Si Sa Dove Mettersi” non è solo una citazione esplicita degli Stormy Six (il brano ‘Non Si Sa Dove Stare’ che apriva l’album del 1982 “Al Volo”), ma una frase che riassume tutto il disagio delle (molte) persone che non riconoscono più il mondo in cui vivono, affrontando a fatica il caos che le circonda e la scomodità di una posizione in cui non riescono più a sentirsi a proprio agio.
Idealmente i Fluxus si accodano proprio all’idea di quel movimento chiamato “Rock In Opposition” (di cui il gruppo di Giovanni Fabbri e compagni era la divisione italiana) voluto da Chris Cutler degli Henry Cow per opporsi alle logiche delle case discografiche, colpevoli di possedere «cuori che pompano lo stesso sangue di chi hanno assassinato».

Il genere musicale suonato dei Fluxus è naturalmente diverso da quello delle band di “Rock In Opposition” negli anni ’80, ma mantiene la coerenza che li ha sempre contraddistinti, attualizzando i testi e la loro poetica alla drammatica situazione sociale e politica odierna, senza fare sconti a niente e a nessuno.

L’apertura di ‘Nei Secoli Fedeli’ non lascia spazio ad alcuna speranza per la società contemporanea, il pesante impatto chitarristico e ritmico viene accompagnato dalle invettive di un Franz Goria in gran forma: «Non me ne frega un cazzo dei vostri riti tribali, siete scarafaggi di una nuova specie. Cani di Pavlov senza istinti animali.Siete come dei cerbiatti davanti ai fanali. File di preti di una nuova religione che venerano un dio che distrugge la ragione. Senza coscienza, senza dimensione, senza pensieri, senza redenzione».

L’identità sonora dei Fluxus è sempre estremamente riconoscibile anche a distanza di anni, ed il resto dell’album non fa prigionieri, sia nei brani dal ritmo più pressante e battente (‘Ma Ero Già Indietro’, ‘Prescrivimi Qualcosa’, ‘Mi Sveglio e Sono Stanco’), che in quelli dalla cadenza più pesante (‘Licenziami Dal Mondo’, ‘Gli Schiavi Felici’, ‘Bianca Materia’).
Il tutto condito da brani più articolati e talvolta permeati da un certo tipo di psichedelia come le splendide ‘La Decima Vittima’ e ‘Alieni Per La Strada’, in cui la violenza sonora viene smussata senza rinunciare alle liriche accusatorie e potenti.
Non sono da meno la vitalità quasi melodica di ‘Datemi Il Nulla’ e l’incalzante accusa di ‘Ami Gli Oggetti’, in cui viene esposta in maniera cruda l’attuale superficialità dei rapporti umani: «Che cazzo vuoi. Non hai mai fatto niente. Quando ci sarà la rivoluzione tutti saliranno sul carrozzone dicendo che ci hanno sempre creduto. Dormi senza sogni. Mangi senza sale. Cammini senza gambe. Leggi solo manifesti elettorali. Senti la radio. Clicchi su mi piace. Ami gli oggetti, usi le persone, vivi in una casa disabitata da te».

Nonostante la scomodità della poetica e la scura visione sociale e musicale, i Fluxus sono tornati mantenendo quella esplosiva vitalità e quella coerenza stilistica che li hanno resi non solo oggetto di culto, ma riferimento importante per tutto l’indie rock italiano.
Oggi più che mai è un dovere seguire i torinesi nella loro battaglia, senza lasciarsi abbindolare dalle promesse mai mantenute della società attuale e da un certo tipo di musica italiana.
Un album consigliato non solo a chi li ha sempre seguiti, ma anche a chi non ha ancora avuto modo di ascoltare una delle band cardine dell’indie rock nostrano.
Bentornati.

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