Federico Benetti – Vado a lavorare (storia di Yoghi)

Si prospetta come un lavoro decisamente interessante, l’album del cantautore debuttante Federico Benetti.
Infatti, l’opera prima Vado a lavorare (storia di Yoghi) ci appare come un progetto musicale a dir poco originale soprattutto negli aspetti sonori e strumentali, mentre le liriche rimangono sui canoni più classici e più simili dell’odierno cantautorato italiano.

Benetti, in questo suo album, attua una specie di revival musicale degli anni ’50: già in una delle prime tracce (Vado a lavorare) assistiamo ad una sorta di vecchio blues, riproposto e mescolato anche con sonorità del primo rock’n’roll americano – quello delle grandi ballate, come Jhonny Cash per intenderci – insieme ad una certa vena folk.
Il tutto senza disdegnare anche l’uso di strumenti a fiato che, in certi casi, ricordano sia un timido ska ma anche una certa dose di jazz – questo soprattutto in Il mio tesoro e Moderna invocazione – e il tutto viene ben retto da un timbro vocale prominente e adatto, senza alcun dubbio, a questo genere.

Da un punto di vista tematico, Vado a lavorare (storia di Yoghi) si presenta come un concept album che parla della disoccupazione, dei cassaintegrati, dei precari e della presa di coscienza che il lavoro, paradossalmente, oggi è quasi un privilegio se non un miracolo.
Il protagonista di questa vicenda è Yoghi, deluso da sindacato e partito, nostalgico delle vecchie lotte operaie, e ormai senza alcuna ideologia, che fra mille dilemmi si interroga sul suo incerto futuro che molto probabilmente sarà da disoccupato.
Il tono si fa dunque molto nostalgico (Il mio tesoro) e dall’altra parte c’è una ironia pacata, ma non per questo non spietata, verso il nulla che è stato fatto nei confronti dei precari.
Questo è palese nella canzone Yoghi, dove testualmente «tu sei quello che paga di più», citando chiaramente un riferimento alla canzone La fata di Edoardo Bennato, nella quale similmente si cantava: «tu sei quella che paga di più» (ma Bennato, ovviamente, in quel caso parlava dell’emancipazione femminile, tema tanto scottante negli anni ’70).

A mio giudizio questo artista è quantomeno interessante e la sua varietà musicale ce lo dimostra, perché è varia e raffinata, ma ancora non mi sembra che questa maturità sia stata raggiunta anche nella composizione dei testi – che non sono senza valore, sia beninteso.
E dunque, attenderemo sperando in un futuro quanto mai prossimo che questa crisalide possa tramutarsi in una più compiuta farfalla.

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Giorgio Giannaccini

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Nato nel 1991, vive a Porto Recanati (Mc), ed è studente alla facoltà di Lettere dell'Università di Macerata. Collabora anche con la rivista on line, di ambito letterario, "Quid Culturae". Molto appassionato di letteratura e poesia, ama e segue la scena del cantautorato italiano, sia i classici che gli odierni.

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