Dilaila – Tutorial


Nostalgia canaglia.
Rotoli e rotoli di carta da saggio e byte di sedicenti web-critici sono stati sprecati sulla domanda retorica: “che cos’è il rock?”.

Ci sono certe canzoni che, superata una certa soglia di ascolti e di tempo che passa, diventano rock.
Tipo i Daft Punk, o Piotta, che spesso nelle (passatemi l’orrendo termine) “rockoteche” del sabato sera spuntano all’improvviso tra un brano degli Iron Maiden e uno dei Fratellis.
Tranquilli, non saremo qui a sviscerare il noioso tema “indie vs. il pubblico di massa”, ma ci serve ragionare quando ascoltiamo un disco come questo.

Cos’è quindi Tutorial?
Il disco dei Dilaila è una macchina del tempo orchestrata alla perfezione.
Da quando Baustelle e Brunori SAS (ma ancora prima i Delta V) hanno sdoganato la retromania, e da quando i Verdena possono passare dal grunge psichedelico al beat con un doppio disco anni ’60, sono molti gli artisti che hanno preso coraggio e prodotto un lavoro smaccatamente di tributo a quel momento in cui le radio trasmettevano canzoni di qualità.
Purtroppo non si contano i morti e i feriti di questa tendenza, ormai catalizzata da compulsivi hipster da vinile e camicetta floreale, e qui si scatena il paradosso della domanda retorica: se un ascoltatore degli Strokes ascolta con piacere Patty Pravo quando è ubriaco, allora Tutorial è un disco di tendenza.
Ma allo stesso tempo, si chiama fuori dalla tendenza proponendo quasi una “retrospettiva.”

Diceva qualcuno che «la creatività è saper nascondere le proprie fonti», e ha fatto più danni il postmoderno che l’eroina, ultimamente.
Inserendo nel nostro lettore cd il disco dei Dilaila ci balzano alla mente subito paragoni eccellenti: Mina, Nada, i Beatles…andamenti retrò per ballad eleganti e smaccatamente orecchiabili.
Ma anche quel pop isterico da David Bowie e magliloquenze beat dei Doors.
Ma questo quartetto di romantici a Milano non si ferma solo a questo.
Ormai al quarto disco, si percepisce tutta la maturità di un songwriting che tutto è tranne che paraculo e “reazionario”.
Le figure retoriche vivide e perfettamente in metrica sviscerano alla perfezione le nostre piccole ed ironiche fragilità: musicalmente il disco strega subito al primo ascolto e fa immaginare atmosfere cinematografiche a metà tra i cafè degli artisti e le strade bagnate dalla pioggia….i detrattori più accaniti potrebbero concentrarsi con scrupolo su ogni “scopiazzatura” ma così si perderebbero la splendida voce della cantante (calda, mai fuori luogo) e lo spirito di festosa malinconia che tutto il disco ti regala.
Dal vivo non mancheranno di sorprendere: basti pensare agli andamenti suadenti e movimentati di Radio 96, cantare a squarciagola Storia di una scema che diventò farfalla, o gli accendini in aria per Il grande sole di Hiroshima.

La vera domanda è: come mai chiamare un disco di musica retrò con un titolo smaccatamente moderno come Tutorial?
I tutorial di youtube, dei videogame, le istruzioni per l’uso di noi moderni nativi digitali…
Perché è così.
Perchè la distopia di questo disco è in linea con un certo tipo di pubblico che vuole l’hammond e l’orchestra ma anche il social networking.
E non è una cosa brutta, fino a che sei i Dilaila e sei anche bravo a suonare e scrivere.

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