Albedo – Metropolis


Lezioni di anatomia‘, lo ricordiamo tutti, fece gran scalpore: terzo disco degli Albedo, prima creatura di casa V4v,  un successo sotto tutti i punti di vista che vide la luce in un aprile sicuramente molto più mite di questo.
Finito il tour di promozione, i quattro milanesi decidono di rinchiudersi in studio per progettare il loro ritorno sulle
scene: materiale in cantiere ce n’è tanto, si entra in sala con le idee già chiare e si avverte sin da subito il forte odore
di concept-bis. Attorno a ‘Metropolis‘ si crea una spasmodica attesa, figlia anche di quella grande fetta pubblico alla quale era stato strappato il cuore con l’omonima canzone, autentica hit bissata spesso (se non addirittura sempre) alla fine dei concerti che li hanno portati in giro per tutta l’Italia.
Stavolta si vira sul cinema, precisamente sul famoso film di Lang, ma il tema del viaggio rimane, come a covare ancora una sorta di lieve ebrezza adolescenziale mista a matura consapevolezza, la voglia di scappare, la lucida denuncia di una società che ancora stenta a progredire verso una sacrosanta modernità intesa non come evoluzione tecnologica, bensì come senso di necessità di una civilizzazione più consona alla parola “umano”, e non ad “animale”.

Battere ‘Cuore‘ (scusate il gioco di parole) in quanto incipit credevamo fosse impresa ardua.
Partenze‘ zittisce tutti: beat quasi dancey che sorregge paesaggi armonici di inestimabile bellezza.
Resta forte – anzi fortissima – la parte lirica, aspetto mai lasciato al caso.
Generalmente il risultato mostra una spiccata componente spaziale in cui il suono tende a voler uscire piuttosto che a rimanere rinchiuso e pulsante all’interno (per l’appunto) di un corpo umano, rareffato e non ronzante, volatile e non denso. Più introverso, intimo, pulito e leggero, ma allo stesso tempo esplosivo (‘Tutte le strade‘, ‘I miei nemici‘), teso verso lo spazio più nero, quindi più lontano e quieto, una sorta di oasi di pace che immaginiamo esistere al di là delle nuvole quando, almeno nei momenti più privilegiati, alziamo lo sguardo al cielo.
Higgs‘, altra traccia fondamentale nell’economia del disco, parte acida e graffiante per poi adagiarsi sul collaudato ostinato di basse cassa-tom-timpano, la chitarra in vestito da sera che rincorre una voce adesso più vicina e avvolgente.

‘Questa è l’ora’ e ‘Sei inverni‘ chiudono in bellezza, snocciolando sing along e melodie alle quali sarà impossibile non cedere tutta l’anima nei prossimi live.

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