The Dead Daisies: una continua evoluzione naturale

«Amiamo molto i nostri fans in Italia, sempre passionali e fedeli! È fantastico venire qui a suonare per voi, credo torneremo in luglio e forse anche a fine dicembre».
Inizia così la chiacchierata con David Lowy, con un apprezzamento sincero verso i fans italiani, sempre molto calorosi e attivi a sostegno dei The Dead Daisies.
La band, nata nel 2012 dall’incontro tra Lowy e Jon Stevens, ha avuto sin da subito due caratteristiche ben definite: da un lato la rotazione dei membri aderenti, dall’altra la volontà di rievocare l’hard rock dei gloriosi anni ’70.
L’unico membro stabile all’interno di questo collettivo è proprio David Lowy, con il quale abbiamo scambiato quattro chiacchiere al Live Music Club di Trezzo sull’Adda in occasione dell’unica data italiana del tour promozionale di “Burn It Down” (leggi qui la recensione), ultima fatica discografica della band.

Come può descrivere questo suo progetto e le varie formazioni che lo hanno caratterizzato sin dalla sua nascita?

I The Dead Daisies sono stati fondati da John Stevens e me in Australia.
Scrivemmo un po’ di canzoni insieme ma non avevamo una band: fu quando registrammo i pezzi che decidemmo davvero di formare un gruppo e per questo ci rivolgemmo in primis ai nostri amici e ai conoscenti.
All’inizio eravamo John ed io accanto a Richard Fortus dei Gun’s and Roses e Dizzy Reed.
In un secondo momento incontrai Marco Mendoza ad un concerto, dove suonava con un altro gruppo, e creammo così la prima formazione dei The Dead Daisies.
Nessuno di noi ha più 20 anni e abbiamo tutti altre carriere al di fuori della band: dedichiamo sei mesi all’anno a questo progetto, poi ognuno torna alle sue cose.
Non sempre siamo tutti liberi nello stesso momento ma questo fa parte dell’identità della band: anche per a questo la natura dei The Dead Daisies è più grande della semplice somma delle parti, grazie a quello che ognuno porta dalla propria vita.

Nel nuovo album ci sono due importantissime novità.
La prima è l’entrata in formazione di Deen Castronovo, la seconda è la virata verso sonorità più pesanti rispetto ai precedenti lavori.
Cosa ci può dire a proposito?

Quando ci siamo formati abbiamo iniziato a comporre assieme, tutti nella stessa stanza ed in modo molto collaborativo.
Stavamo scrivendo senza un produttore: per farla breve, entravamo in sala con delle idee e uscivamo con delle canzoni.
È successo in modo naturale che i nuovi brani presentino un sound più heavy rispetto agli album precedenti ma probabilmente questo fa parte della nostra evoluzione.
Magari dipende anche dai nuovi membri che sono entrati nella band: John ad esempio non c’era nella formazione precedente, quindi potrei dirti «è successo e basta, non era programmato».
Penso ci sia comunque un legame forte tra “Burn It Down” e i precedenti dischi della band: sono sempre brani dei The Dead Daisies, con sfumature differenti a seconda dei membri che li hanno realizzati.
Ognuno porta qualcosa dalla propria esperienza, funziona così.
Per quanto riguarda Deen il batterista precedente (Brian Tichy) non era disponibile, era in tour con un’altra band.
Deen ci è stato presentato: conosciamo tutti la sua reputazione, c’è stata la possibilità di collaborare e abbiamo pensato «ok, perchè no, suoniamo assieme!».
È fantastico suonare con lui.

In questo album spicca la prestazione di John Corabi che dona a tutte le canzoni quel tocco sporco e selvaggio tipico della miglior tradizione del rock anni ’70.
Penso ad esempio a ‘Resurrected‘, con il suo riff alla Mötley Crüe inserito in un contesto più scarno e rock, ma anche alla pesantissima ‘Rise Up‘ con il suo groove Seventies.
Possiamo dire con certezza che Corabi è la voce giusta per questa band?

John è davvero molto sleazy and rough!
È fantastico: un grande cantante, un grande showman, un eccellente compositore.
Ed è anche un ottimo chitarrista, ha suonato anche molte parti di chitarra.

The Dead Daisies- TrezzoD'Adda

Come nascono i testi?

Lavorando tutti assieme.
Magari io arrivo con un riff e John mi chiede «di cosa parlerà questa canzone?».
Lui così inizia a scrivere, diciamo che dà la forma base al testo ma poi tutti diamo il nostro contributo per finire il lavoro.
Spesso le persone non fanno caso ai nostri testi, li sottovalutano, ma se li leggi con attenzione, se vai a fondo, troverai molta esperienza di vita vera.
Ci sono tante storie interessanti raccontate nei nostri testi.

Alla fine di febbraio del 2015 i The Dead Daisies sono la prima rock band occidentale a suonare a Cuba dopo la ripresa dei legami commerciali con gli USA.
Due spettacoli al Maxim Rock di Havana che fanno il tutto esaurito ed un’esibizione al Concert for Peace (Rock Por la Paz) di fronte a oltre 6000 fans.
Come definirebbe questa esperienza?

È stata un’esperienza fantastica, e stato incredibile sentire il calore dei fans cubani.
Vedi, la musica è un ponte: unisce le persone.
È un ponte tra politiche, tra religioni.
Siamo stati anche nelle scuole superiori ed è stato anche uno scambio culturale.
Abbiamo collaborato con musicisti cubani, sperimentato assieme e registrato canzoni.
I cubani sono persone con anima e cuore!

“Revolucion”, pubblicato dopo questa esperienza, è stato in qualche modo influenzato da quel che avete provato a Cuba?
Di sicuro possiamo riscontrare una contaminazione di stili in brani come ‘Get Up Get Ready‘, un brano davvero molto particolare e originale.

È esatto, è andata proprio così.
In ‘Midnight Moses‘, ad esempio, abbiamo inserito dei nuovi suoni realizzati da un percussionista cubano che ha registrato il pezzo insieme a noi.

The Dead Daisies- TrezzoD'Adda

Ascoltando “Burn It Down” la sensazione è che i The Dead Daisies si siano compattati maggiormente grazie all’ampio rodaggio live e che adesso riescano ad esprimere al meglio l’unione dei loro componenti.
Pensa anche lei che il vostro punto di forza siano proprio i vostri concerti?

Assolutamente sì!
Amiamo suonare dal vivo, sicuramente è una cosa che porta unione nella band.
Poi dipende anche dal pubblico, ogni show è diverso: è come giocare a calcio, ìogni volta che scendi in campo non giochi mai allo stesso modo, alcuni show sono meglio di altri.
Il concerto per noi è un viaggio insieme al pubblico, non siamo noi che suoniamo e il pubblico che ascolta ma è un’esperienza che viviamo assieme.
Siamo connessi con la gente, come una famiglia.

Lock N’ Load‘ è in assoluto il vostro primo singolo.
È al quindicesimo posto della classifica come miglior brano pubblicato nel 2013 e vede la partecipazione di Slash, che oltre ad aver contribuito alla scrittura del brano ha anche registrato la traccia della chitarra.
Le piacerebbe riproporre il pezzo durante un’esibizione live, magari assieme allo stesso Slash?

Ogni band è in evoluzione, come dicevo è nella natura stessa dei The Dead Daisies essere sempre in cambiamento.
Slash ha scritto quella canzone con John Stevens, che è un eccellente musicista e compositore: all’epoca è stata una collaborazione naturale e gliene siamo grati, ma è storia passata e dobbiamo andiamo avanti.

Revolution‘, la bonus track, è una cover dei The Beatles.
Come mai questa scelta?

Ci piace mettere delle cover nei nostri dischi perchè siamo dei fans, siamo fans della musica.
Ci piace suonare canzoni di band con cui siamo cresciuti.
Abbiamo fatto anche la cover di ‘Bitch‘ degli Stones.
Le cose migliori sono quelle non programmate, che accadono naturalmente: i The Dead Daisies sono così.

La band in assoluto con la quale le piacerebbe suonare?

Gli AC/DC, assolutamente: li amo.
Ho anche suonato in vari show con un’altra band australiana, i The Angels: non sono molto conosciuti fuori dai territori nazionali ma sono una band fantastica che mi ha influenzato molto.
Amo molto anche i Led Zeppelin, loro e gli AC/DC sono molto importanti per me.

E come dargli torto?


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Yamilé Barcelò

Yamilé Barcelò

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Nasce all’Avana , Cuba. Studia Storia Dell’Arte all’Università dell’Avana. Lavora come assistente fotografo per diversi fotografi cubani tra cui Alberto Korda e Tito Alvarez. Nello stesso anno si trasferisce in Italia avviando una serie di collaborazioni in ambito fotografico. Realizza inoltre diverse mostre collettive e personali tra qui nel 2003 "In celebration of Indigenous Peoples", presso la sede dell’ONU, New York. Nel 2006 ottenne il secondo premio al concorso Premio Arti Visive San Fedele, galleria San Fedele Milano, per la serie Il Viaggio. Attualmente vive e lavora in provincia di Sondrio, con collaborazioni professionali in regione Lombardia e per Filmagini Produzioni con sede a Bologna.

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