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Silvia De Santis: come affrontare al meglio il fenomeno dei talent show

Per scelta abbiamo sempre evitato di proporre ai nostri lettori artisti legati ai talent show.
Questa presa di posizione oggi può essere fuori luogo poiché, dando uno sguardo al mercato italiano, esso è letteralmente invaso nelle classifiche di ascolto e di vendita dalle meteore di turno.
È tuttavia un’esigenza, la nostra, che nasce in primis dalla scarsa qualità dei prodotti sfornati: personaggi televisivi più che artisti; ragazzi che pur avendo una voce intonata e l’aspetto belloccio interpretano senza personalità prodotti commerciali, realizzati ad hoc per un pubblico di poche pretese e che sa accontentarsi.
Volendo promuovere l’originalità ed il talento e cercando di dare spazio a chi la gavetta se la suda tutta tra i pub del paese e gli sforzi delle autoproduzioni, noi ci siamo sempre orientati verso un altro bacino musicale: ben più vasto, meno conosciuto, meno patinato.
Per questo, forse anche meno attraente ma sicuramente più ricco in gusto, sorprese e carattere.

E’ in questo bacino che abbiamo conosciuto anni fa i Moseek: loro erano ancora acerbi e noi eravamo un blog su WordPress.
Hanno deciso di partecipare a X Factor quando sulle spalle han cominciato a sentire il peso di un percorso che volevano far sbocciare in qualche modo, tant’è che sono riusciti ad arrivare ad un passo dalla finale.
Questa loro esclusione può esser vista in tanti modi, ma volendo esser polemici resta in noi la certezza che il talento, ai talent, non piace.
Se loro sono arrivati vicinissimi ad un traguardo popolare, anche Silvia De Santis con The Voice ha avuto vita (televisiva) breve: eliminata al primo turno.
Ma chi è Silvia De Santis?
Una ragazza che sin dalla tenera età di 8 anni ha cominciato a costruire con le sue sole forze un percorso che l’ha portata a scegliere la televisione per completare la propria formazione.
L’emblema, al contempo, di tanti giovani le cui doti non vengono riconosciute sul grande schermo.

Con questa intervista non si vuole spezzare una lancia in favore dei talent televisivi: è più un approfondimento per capire come mai chi ha realmente qualcosa da offrire sia costretto a parteciparvi per avere, in cambio, un po’ di notorietà.
Non dovrebbero funzionare diversamente, le cose?
Non dovrebbe essere premiata la bravura?
Perché chi davvero presenta potenzialità deve mettersi in gioco contro altra gente meno in gamba, in un programma televisivo seguito da teenager e famiglie?
Che messaggio viene dato ai giovani da parte del mondo musicale?
Quello sbagliato se dopo anni di studi e riconoscimenti importanti basta lo show business per stroncare una carriera lasciando spazio, invece, a fenomeni scadenti.

Hai iniziato a studiare canto da piccola: una scelta personale o qualcuno ti ha spinto in questa direzione?

Sì, ho iniziato a cantare davvero molto presto. In casa, la mia famiglia ha sempre ascoltato molta musica ma il mio avvicinamento ad essa è stato molto personale, in realtà.
Mi incantavo di fronte ai programmi televisivi e ne imparavo a memoria le sigle. Lo stesso accadeva anche con le canzoni ballate dai corpi di ballo delle varie trasmissioni.
Poi ad otto anni, dopo aver visto due film che in seguito sono diventati molto significativi per me (“New York, New York” con Liza Minnelli e Robert De Niro e “The Bodyguard” con Whitney Houston e Kevin Costner) fui proprio io a chiedere a mia madre di prendere lezioni di canto, richiesta che ovviamente venne subito assecondata. Da allora non ho mai più smesso.

Sin da giovanissima sei interprete di vari generi: dal lirico al gospel e dal jazz al blues, senza tralasciare il soul. Qual è il genere a cui oggi ti senti più legata o a cui oggi devi di più?

Il tipo di musica a cui mi sento più legata e che ancora oggi mi dà più emozione è la black music.
Il gospel è stato il primo genere che ho interpretato entrando a far parte di un coro, ad un’attaccatura il soul: sono generi che sento molto vivi in me.
Tuttavia non saprei rinunciare a niente di quanto hai nominato proprio perché hanno fatto di me, negli anni, ciò che sono oggi.
È comunque innegabile che negli ultimi anni anche il rock abbia preso un posto importante.

Hai cantato ovunque: piazze, teatri, auditorium, piccoli locali, televisione.
Qual è il tuo modo di porti davanti ad un pubblico così diverso a seconda delle occasioni?

Sul palco cerco il più possibile di essere sempre coerente con me stessa, indipendentemente dal tipo di pubblico che sto affrontando.
Sicuramente in una piazza o in un locale emerge maggiormente il mio lato “pazzo e giocoso”: in quelle situazioni ci si può scatenare maggiormente.
In un teatro o in un auditorium c’è molto più spettacolo, componente che emerge anche grazie alla possibilità di usare scenografie. Il teatro sicuramente rimane in ogni caso la mia location preferita.

Silvia De Santis

Hai vinto vari premi e diversi festival e già prima di approdare a The Voice hai ricevuto riconoscimenti e diplomi.
Sei molto giovane e già sei docente di canto leggero: l’ambizione certo non ti manca. In che direzione stai andando adesso?

Ho cercato di completare il più possibile la mia passione: non serve soltanto il talento, sono necessari sudore e lavoro. Ritengo che non esistano altri modi per farcela, assolutamente.
Il sogno rimane sempre quello di poter essere una cantante e musicista a tempo pieno, anche se lasciare l’insegnamento avrebbe comunque un costo molto alto: amo insegnare e amo farmi anche influenzare dai miei allievi. Il contatto con le altre persone è meraviglioso.
Certo, il periodo non aiuta, ma hai ragione: sono ambiziosa e anche molto caparbia.

Dal 2008 hai una band, i New Classics: un progetto diverso da ciò che sei o un progetto in cui provi a fondere tutte le tue anime?

New Classics è il progetto più bello a cui abbia mai partecipato.
Il nostro obiettivo è sempre stato quello di fondere ciò che siamo, anche rischiando, perché non sempre le miscele funzionano. Ormai siamo insieme otto anni, quindi direi che stiamo lavorando bene: siamo felici, affiatati, in continua ricerca e vogliamo le stesse cose.
Negli anni abbiamo subito delle evoluzioni, naturalmente, ma per ora non posso dire di più: sicuramente presto arriveranno bellissime novità.

Hai partecipato all’ultima edizione di The Voice of Italy, edizione piena di voci potentissime.
Dalla sera in cui hai cantato ‘The Man I Love‘ alle blind è stato un crescendo con brani sempre più intensi: c’è un pezzo in particolare che avresti voluto cantare?

The Voice è stata un’esperienza molto intensa, e pensa che se fosse stato per me non ci sarei neppure andata!
Anche in questo caso devo ringraziare i New Classics perché sono stati proprio loro a spingermi. Mi sarebbe piaciuto interpretare un brano dei Queen o dei Muse, ma non ci sono riuscita.

Come hai vissuto quest’esperienza?
Spesso si pensa che nei talent molte cose siano organizzate a tavolino: quanto c’è di vero in questo meccanismo?

È stata un’esperienza intensa: ho conosciuto per fortuna persone anche molto positive nei miei confronti, e mi riferisco in particolare modo ai miei compagni di team, con cui ho avuto modo di legare. Questa è una cosa assolutamente da non dare per scontata, anzi.
La televisione in generale, per cui anche The Voice, è molto preparata a tavolino.
Non so se questo sia un vantaggio o meno, so solo che funziona in questo modo ed è così da sempre.
Bisogna vivere questo genere di esperienze con leggerezza, e serenità ma allo stesso tempo anche con molta consapevolezza: io ci sono riuscita e ne sono contenta.

Consiglieresti questa esperienza a chi vuole arrivare al grande pubblico in un qualche modo?

Negli anni 2000 credo che sia un’esperienza da poter fare, ma non bisogna arrivarci da sprovveduti, altrimenti temo non abbia troppo senso.

New Classic - Silvia Swing“Senza Luna” è il nuovo Ep dei New Classics: ascoltandolo, sono stato trascinato dalla tua voce e catturato dalle dinamiche della title track, che passa dal math rock al metal al rock.
È la conferma di quando dicevamo prima.

Sì. “Senza Luna” ad oggi è senz’altro il disco ed il brano che ci ha meglio rappresentato.
È un brano che abbiamo tenuto nel cassetto per anni e finalmente, la scorsa estate, è arrivato il momento giusto per tirarlo fuori: ne siamo molto orgogliosi.

Cosa c’è nel futuro di Silvia?

Sicuramente i New Classics faranno altre esperienze, e come dicevo prima ci sono ottime cose che bollono in pentola. In questo momento mi sto dedicando alla scrittura di nuove cose, posso solo dirvi di continuare a seguirmi per non perdere tutte le notizie in merito.

Qual è stato il disco che ti ha cambiato la vita?

Amo troppa musica per poterne citare uno solo.
Diciamo “The Bodyguard”, perché è grazie a questo disco che ho espresso il desiderio di poter studiare: da lì è partito tutto il mio percorso.
Non va comunque dimenticata la lirica dei grandi operisti.

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