Sarah Jane Morris e Tony Rèmy, raccontando il genio di John Martyn

«Non puoi vivere nel passato: musicalmente, se lo fai, sei morto»
John Martyn

Un artista seminale nella storia della musica inglese degli ultimi 50 anni, John Martyn, ma artista (e uomo) difficile, come spesso sono gli artisti.
Dalla metà degli anni ’60 fino al 2010 John è stato uno dei più dotati chitarristi britannici ed uno di quelli che più ha tentato di mischiare il folk ed il jazz, il blues ed il rock, con una curiosità intellettuale che lo ha portato ad affrontare persino, verso la fine della sua storia, il drum’n’bass, qualcosa di apparentemente lontano dalla sua vena creativa nobile e colta.

A dieci anni dalla sua scomparsa, a rileggere la sua storia (o perlomeno una parte di essa) è un duo assai singolare.
Lei è una cantante dalla voce profonda, baritonale e dalla spiccata sensibilità verso le storie artistiche degne di nota, apprezzata blues rock singer e conosciuta in Italia per le tante partecipazioni (nonché per aver vinto un Sanremo con Riccardo Cocciante).
Lui un chitarrista inafferrabile e composito, versatile e preparatissimo, un po’ come lo era John Martyn, con un curriculum impressionante che va dagli Incognito a Herbie Hancock, dai Crusaders ai Pee Wee Ellis, da Sheena Easton agli Us3, dai Simply Red a Culture Club.
Praticamente, dal jazz al pop e senza passare dal via.
Sarah Jane Morris e Tony Rèmy collaborano già da tanto tempo ed i frutti del loro fare sono sempre molto buoni.

Il loro album
“Sweet Little Mystery. The songs of John Martyn” non è un semplice tributo ad un grande artista ma la reinterpretazione della storia di un grande musicista attraverso due sensibilità spiccate e pronte alla sfida.

Voi collaborate da tanto tempo e avete scritto diverse pagine della vostra storia musicale assieme nonostante abbiate alle spalle una lunga storia.
Come è nata l’idea di reinterpretare un artista come John Martyn?

[SJM] Io ho cantato canzoni di John Martyn per più di venti anni.
Ne ho registrate diverse nell’album “Fallen Angel” del 1997 e ho spesso suonato nei bis ‘Peace in a time of war‘.
Tony ed io abbiamo a lungo parlato di questo progetto lo scorso anno, assieme abbiamo scritto tante cose: sulla natura umana, sulla vita delle persone…una vita che non sembra essere molto facile al giorno d’oggi un po’ ovunque.
Affrontando queste tematiche dopo un po’ sei colmo, hai assorbito talmente tanto di tutte queste storie, a volte molto pesanti, che è normale decidere di fermarsi. 
Così, in un momento di pausa, ho raccontato a Tony del mio amore per John Martyn, della sua magnifica storia musicale e di come era peculiare e bravo alla chitarra.
La mia è una voce baritonale ed anche Martyn aveva una voce simile: ad un certo punto è sembrata quasi essere una cosa del tutto naturale, quasi ovvia.
[TR] Sì, naturale.
Quando ho ascoltato John Martyn ho apprezzato la sua capacità di variare e di suonare in tutti quei modi differenti: una bella sfida per un chitarrista, un modo non convenzionale di suonare brani non convenzionali.

Forse ti ci sei riconosciuto, in quel modo di suonare?

[TR] In qualche modo sì, mi ero infilato dentro questo mood con l’echoplex che usava Martyn per raddoppiare i suoni: ero “lì dentro” e ne ero affascinato.
[SJM] Seguendo l’idea di suono di John Martyn, Tony ha in qualche modo riaccordato in una versione personale le canzoni e nel farlo c’è una parte di lavoro molto importante.
Non è una semplice interpretazione della storia, è stato proprio come reinterpretare John Martyn e io ho fatto la stessa cosa con le parole.
A John piaceva molto Van Morrison e quando ascolti Van a volte non capisci ciò che sta dicendo, è come se rotolasse sulle parole.
Ma la cosa funziona e c’è stato qualche verso in cui io ho fatto più o meno la stessa cosa.
Martyn ha fatto tanti dischi, con Tony abbiamo a lungo ascoltato tutta la sua discografia che parte dal 1967.
Abbiamo anche ascoltato tante delle sue performances live per scoprire che le sue canzoni cambiavano continuamente e ci siamo convinti che se oggi fosse ancora vivo avrebbe apprezzato il fatto che non ci siamo limitati a fare delle cover.
Abbiamo reinventato i suoi brani e, ne sono certa, John avrebbe apprezzato questa attitudine.

Sarah Jane Morris

Lo avete mai incontrato finché era in vita?

[SJM] Sì, personalmente l’ho incontrato una volta in uno studio dove c’erano due sale nello stesso stabile.
Entrambi stavamo registrando ognuno per conto proprio e ad un certo punto ci siamo incontrati.
Ricordo che John era fuori di sé, completamente ubriaco, non stava in piedi ed era incomprensibile ciò che diceva.
Io ero lì e mi chiedevo come potessi fare per registrare qualcosa con lui, soprattutto in quelle condizioni.
Il giorno dopo arrivò allo studio pulito, brillante, sobrissimo.
Quasi inebriato.
Penso fosse una sorta di genio nello scrivere, credo ci sia del vero quando dicevano che Bob Dylan scriveva per la mente, per il cervello e John Martyn per il cuore.
Questo è anche quello che ha mosso me e Tony nella scelta tra le sue canzoni: ci siamo orientati verso i pezzi che secondo noi magnificano questa caratteristica.
Dall’esterno puoi vedere un uomo incasinato che ha mandato in malo modo all’aria il suo matrimonio e non riusciva a reggere nessuno stress.
Un uomo veramente difficile schiavo della droga ma soprattutto dell’alcool, tutte cose che ti portano inevitabilmente ad avere ancora ulteriori problemi.
Eppure, tutto questo non gli ha impedito di essere un genio nella musica.
[TR] La musica a volta ti tira fuori dai guai.
A volte nella tua testa c’è di tutto, un gran marasma, ma ad un certo punto accendi l’amplificatore e cominci a suonare: è in quel preciso momento che dimentichi tutto quello che stavi vivendo di negativo.

Se dovessimo parlare della vita privata di John Martyn basta pensare alle tante cose negative che sono state dette su di lui e alla biografia della moglie, che lo fa a pezzi.

[SJM] È vero, ma noi abbiamo scelto le canzoni non per parlare della sua vita privata: volevamo celebrarlo come autore e musicista, e come musicista non abbiamo il diritto di commentare la sua vita.
Il nostro intento era far entrare in contatto con la sua arte una generazione di persone che non lo conoscono.

In una storia così articolata, zeppa di cambiamenti e durata quasi 5 decadi, qual è il periodo che preferite?

[TR] Una quindicina d’anni fa ero con un mio amico chitarrista, molto bravo.
Stava suonando l’acustica ed entrambi avevamo bevuto un bel po’ ma ad un certo punto gli chiesi: «Cos’è questa cosa? Cos’è questo pezzo?».
Eo davvero troppo poco sobrio per capire bene che pezzo fosse ma era un pezzo di Martyn.
[SJM] Nel mio caso credo che la cosa risalga a quando avevo 14 anni e c’era questo meraviglioso programma chiamato “Old Grey Whistle Test”.
Lui stava suonando ‘May you never‘ e per me che ero una teenager fu una bella botta.

Se doveste dare un consiglio ad un giovane che non conosce la musica di Martyn, cosa gli suggerireste di fare?

[SJM] Da una parte è complicato e da un’altra è in realtà molto semplice.
[TR] In qualche modo Martyn è complicato dal punto di vista lirico ma musicalmente non è difficile, è semplicemente interessante.
Ciò che faceva era accattivante.
[SJM] Faceva fantastiche melodie.
Vedi Mel Collins, David Gilmour, Robert Wyatt e anche Paul Weller: lo amavano.
Gilmour ha girato in tour con lui e tutti ne hanno sempre avuto grande stima.
Era un outsider, non facilmente catalogabile per carattere ma anche per le scelte musicali: folk, jazz, rock e soul.
Nella sua mente forse gli sarebbe piaciuto essere una sorta di Marvin Gaye ma fluttuava tra troppi generi per essere ristretto in uno solo.
E poi, aveva una voce che ti muoveva dentro.
Ascoltando i suoi brani oggi se si chiudono gli occhi la sua voce e le liriche ti accompagnano in un viaggio emozionale.
La sua era una voce curativa che singolarmente veniva da un uomo sempre male in arnese, morbido e sensuale ma anche ruvido, com’era in realtà.
Per un giovane cantante sarebbe interessante studiarlo.
[TR] Ci piacerebbe se questo disco facesse venire voglia di tornare indietro nel tempo per andare alla scoperta di un artista profondo, con tanta tecnica e cuore.
Martyn era uno inventivo con gli effetti sulla sua chitarra, inventava costantemente: alcuni effetti sono stati esplorati da lui molto prima che tanti altri ci si avvicinassero.
[SJM] Di recente siamo stati al “John Martyn Gathering“, che si tiene ogni anno nel nord dello Yorkshire.
È un evento che richiama fans da tutto il mondo per suonare e per ascoltare gli artisti che vanno a pagare un tributo a John e noi abbiamo suonato in quell’occasione ‘Solid Air‘ con Danny Thompson, che è stato il musicista col quale John ha suonato tutta la vita, suo grande amico e suo partner in tutti i suoi disastri alcoolici.
Thompson ha 80 anni ed è incredibile, vuole di nuovo suonare con noi nei concerti di Londra.
Al’epoca lui e John erano davvero due ragazzi selvaggi, immagina cosa potevano fare assieme con chitarra, contrabbasso e voce.

Ho letto ottime recensioni dei vostri concerti londinesi ma anche ottime recensioni giornalistiche riguardo “Sweet Little Mystery. The songs of John Martyn”, il disco.

[SJM] È vero e ne siamo molto contenti.
Quello che più ci importava era ottenere una sorta di beneplacito da parte della sua famiglia e dei suoi fans, che considerano Martyn uno troppo prezioso per essere banalizzato.
Avendo cambiato in parte i brani e i testi eravamo nervosi riguardo il loro giudizio ed invece è andato tutto bene.
Queste persone forse considerano le canzoni di Martyn come fossero in parte le loro, e forse qualcosa di vero c’è.
È morto all’età di 60 anni, dieci anni fa, mentre io ho sessant’anni adesso: mi sembrava quasi impossibile non omaggiarlo veramente ed è anche interessante che sia una donna a cantare le sue canzoni, cambiandone l’enfasi.

Tony Rèmy

Sarah Jane, tu hai frequentato tanto l’Italia.
Sono tanti i tuoi duetti con artisti italiani, anche giovani e anche recentemente, ma non dimentichiamo che tu hai vinto Sanremo in coppia con Riccardo Cocciante nel 1991.

Prima di Cocciante ero stata a Sanremo con Riccardo Fogli e questo mi fu utile per capire come ci si muove nella canzone italiana, molto differente da dove provengo.
Allo stesso tempo non volevo fare una cover di una canzone italiana, solo scrivere un mio testo facendomi influenzare in parte dal testo di Mogol – che è poi lo stesso procedimento che abbiamo usato con Tony per il progetto su Martyn.
La canzone è diventata ‘Missing you‘ che incisi per la Virgin Records.
Sono entusiasta di aver cantato con Cocciante, è un eccellente cantante, ha una voce nerissima, un rauco pazzesco e forte: mi sono molto divertita.
Con Tony abbiamo fatto un duetto con ‘Amarsi un po’‘ di Battisti, che è diventata un’altra cosa.
Tony ha conosciuto la stravaganza del festival italiano, che è una cosa unica: tutti guardano questo festival ed alla fine “ci devi passare”.
Personalmente mi ha aiutato molto, avevo appena inciso un hit con i Communards, il mio album stava andando bene ed ero in tour con i Simply Red.
Ricordo un magnifico concerto all’Arena di Verona, mi piaceva tanto stare qui che alla fine mi sono sentita un’artista di qui.

Tu Tony invece, una marea di lavoro con una serie incredibile di artisti tra jazz e pop, talentuosissimi.
Mi piace ricordare gli Incognito, forse tra tutti.

Oh sì, fu fantastico.
Ho scritto molte cose per quella band, che era fondamentalmente una band di amici, quindi ci divertivamo a più non posso ed abbiamo suonato tanto anche in Italia.
Non ero stato in una band per molti molti anni, quindi entrarvi mi ha portato ad un livello superiore proprio come musicista.
Dei giorni indimenticabili quelli con loro.

Massimo Bernardi

Massimo Bernardi

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Classe 1924 nasce già vecchio di suo. Alla fine del secondo conflitto mondiale decide che la musica sarà il suo pane e da allora fa il facchino, il decoratore, l'edicolante e vende pentole. Allo scoppio delle radio private diventa finalmente radiofonico, scrive su giornali musicali, fonda una sua etichetta discografica (Klang) per poi passare alle maggiori etichette discografiche tra le quali la Rca/Bmg, Universal, Edel. Organizza concerti e si occupa degli uffici stampa per artisti e per festival, deborda nel turismo, tutte attività nelle quali non eccelle affatto. Considerato a torto un esperto di musica, attualmente e da oltre 15 anni blatera fandonie sulle reti radiofoniche della radio Rai lasciando intendere di essere uno veramente in gamba. Ha avuto mille cani ed ha anche un figlio che però è di molto più intelligente di lui. Persino i gatti lo hanno abbandonato. Fondamentalmente un bluff, Tripadvisor si rifiuta di affibbiargli delle stelle di merito. Fortuna che è uomo buono e gentile.

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